Il Fatto Quotidiano, 11. VIII. 2018

Per fortuna Cesare De Michelis è morto nel sonno, senza accorgersene. Parlarne, per noi che restiamo, è un dovere di testimonianza. Culturale, affettiva.

   Veneziano, era professore di letteratura italiana all’Università di Padova. Nel 1965 egli e il fratello Gianni rilevarono la proprietà della casa editrice nata nel 1961.  Il nome è un meraviglioso programma. Marsilio, padovano, l’autore del Defensor pacis, considerato dalla Chiesa acerrimo nemico, è uno dei fondatori del pensiero politico moderno e della stessa moderna democrazia. La Marsilio è la casa editrice italiana che più di ogni altra ha il culto della libertà. Non solo per il fatto di ospitare voci libere, ma anche per quello di garantire libertà di espressione a scrittori diversissimi fra loro.

   La casa editrice egli  l’ha fatta sopravvivere e prosperare. Un colpo di genio di parecchi anni fa fu per esempio l’acquisizione dei gialli scandinavi. Un mondo! Se si pensa all’angustia dei varî commissarii Ricciardi e roba simile, che oggi rappresentano il cosiddetto noir… Ma non solo. De Michelis fu capace di convivere con la Rizzoli. Poi chi la reggeva la mandò allo sbaraglio, essa andò alla Mondadori e lui e Gianni ebbero il coraggio di ricomprarsela, la Marsilio, di tasca propria. Oggi pochi imprenditori rischiano del loro, mi pare. Adesso – è cosa dell’ultimo anno – Cesare è riuscito a costituire un’alleanza con la Feltrinelli, che ha la migliore rete distributiva italiana.

   Mi auguro che adesso che non c’è più qualcuno rilegga, o legga i suoi libri. Della letteratura aveva una conoscenza sterminata: credo fosse il più importante nostro settecentista. Ma la conoscenza si congiungeva all’amore. Egli amava la letteratura con una violenza quasi fisica; e questa si congiungeva con un’ironia tipicamente veneziana. Nella sua conversazione sentivi Folengo e Goldoni. C’era lo spirito pieno di bonomia di Cesco Baseggio e, a volte, il duro sarcasmo di Foscolo. Cesare non faceva nulla per celare il disprezzo che nutriva per tanti. La conversazione con lui era uno dei più rari piaceri che si possano avere. Ormai sarà per me uno dei più eletti patrimonî della memoria. E torno all’uomo di cultura. Abitava, con la sua Emanuela, in una casa di quella parte di Venezia ancora un po’ agreste, Dorsoduro. La mia preferita. È un luogo abitato dal silenzio. Una specie di casa colonica, anzi una coppia di case coloniche. La seconda, adibita solo a biblioteca. La prima, fra i libri qualche angusto corridoio permette il passaggio. Saranno centomila libri, acquisiti non per quell’avaro desiderio di possesso di certi collezionisti – il possesso fine a se stesso – ma per l’amore che vi portava. Dovevano essere centomila, più della stessa biblioteca di Giuseppe Galasso.

   Quando scompare un uomo importante, l’umana vanità porta tutti a raccontare dell’ultima volta che l’hanno visto… A vantare l’amicizia che li univa al defunto. È una sorta di appropriazione, a non dire espropriazione. Debbo vincere il timore di apparire ridicolo se racconto che Cesare era per me un amico del cuore, un fratello maggiore. Mi seguiva con occhio severo e insieme pieno di indulgenza. Il mio primo libro per la Marsilio uscì nel 2014, ed erano trent’anni che non riuscivo s scriverne uno importante. Negli anni mi sollecitava pazientemente, senza avere fretta. Se ho vinto quella sorta di blocco letterario, nato anche dal mio esser allora troppo coinvolto nella critica musicale – quanti anni buttati! – lo debbo a lui. Il suo esempio mi sarà un costante aiuto per le mie prossime opere, da quella in bozze a quelle che scriverò. Se ne scriverò: oggi viviamo un giorno (carpe diem), mentre discorriamo il tempo invidioso fugge (dum loquimur fugerit invida aetas), e non dobbiamo fondare sulla certezza che altri ne verranno: quam minimum credula postero: dice Orazio, dell’amabile scetticismo del quale Cesare è stato uno degli eredi.

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