Il Fatto Quotidiano, 29. VII. 2018

All’inizio dell’ottavo secolo avanti Cristo la penisola italica era abitata da popoli e razze. I greci, gli etruschi, i latini e gli altri italici, oschi di lingua e sannitici, poi i celti, sono i principali. A grado a grado Roma li assoggetta: bellicosamente o pacificamente. Ma lasciando a ciascuno culti e usi. Ne scaturisce un crogiuolo ch’è uno dei miracoli del suo genio politico e della stessa civiltà. Quella che consideriamo la nostra cultura, dall’epoca di Scipione ad Augusto e Tiberio, è il frutto di questa fusione, di tale koinè.

   Andiamo a un tempo nel quale essa si svolgeva. All’inizio del quinto secolo Roma incominciava a conoscere la Magna Grecia. La parte meridionale della Campania, che discende verso lo sbocco marino della Lucania e la prima costa tirrenica della Calabria, è la sede di uno dei sommi esiti religiosi e artistici che la civiltà greca ci abbia lasciato. Si tratta dei tre templi di Paestum, più imponenti e più belli di quelli stessi della Valle sicana; e meno deturpati da speculazione edilizia, a colloquio con l’orizzonte in un’arida pianura. La pietra di tufo assume colori a seconda del giro del sole, dal giallo e arancione fiammeggianti al tenero rosa del tramonto. Dedicati a Nettuno (il primo nome della città è greco, Poseidonia) o, più probabilmente, ad Apollo (o Zeus), a Era, ad Atena. Li contempli da lontano, li raggiungi, cammini entro la chiostra; e ti senti invadere da una enorme forza numinosa. La colonna dorica è affine a quella egizia, come vediamo a Luxor e Karnak; allo stesso modo che Dioniso e Osiride sono affini, e il protagonista del primo poema dell’umanità che ci sia giunto, il sumero Gilgamesh, ha tratti comuni con loro e con Orfeo. Forse queste grandi religioni della Natura, destinate a esser in parte sconfitte da quella giudaico-cristiana, hanno comune origine.

   Il meraviglioso museo di Paestum conserva alcuni fra i miracoli artistici della koinè. Vasi perfettamente conservati, dovuti all’artista Asteass (metà del quarto secolo), vividi i colori su sfondo nero, ostendono tripudii dionisiaci dai quali viene catturata anche Afrodite. Tombe lucane (i lucani erano prevalsi sui greci, e il nome Paestum deriva dal loro idioma) mostrano guerrieri accolti dalla Magna Mater, Cibele, la divinità frigia dell’Anatolia, col suo tamburello; e sempre vediamo il frutto del melograno, simbolo ultraterreno. La Tomba del tuffatore, greco-etrusca, venne scoperta giusto cinquant’anni fa dall’archeologo Mario Napoli; e una mostra lo celebra. Gli affreschi dovevano esser contemplati dal defunto, non dai vivi. Una scena di convito, di carattere religioso dionisiaco, mescola, col predominio della forma, dato dall’equilibrio assoluto fra ductus e colore, Apollo con Dioniso. I giovani uomini banchettano sdraiati su letti, alcuni soli, altri a due. Il vino, il giuoco del cottabo (un tirassegno con gocce del liquore), l’eros, la musica. La raffinata descrizione di un simposio di gioia e insieme funebre da documento sociale e di civiltà diviene simbolo. La gioia, il vino, la conversazione, l’amore: tutto è vissuto religiosamente. Il culto è misterico e più largamente filosofico. Il tuffatore è un ragazzo sui vent’anni: il defunto. Si getta fra onde azzurre. L’acqua, spiegano quelli che hanno studiato la tomba, è un simbolo della palude stigia; più latamente, del passaggio. Più latamente, aggiungiamo noi, è l’origine del tutto: alla quale, morendo, il giovane torna tuffandocisi. Speranza; o filosofia: quella dei cosiddetti pre-socratici. Parmenide e Zenone vivevano a pochi chilometri da Paestum.

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