Il Fatto Quotidiano, 16. VI. 2018

Uno dei miei più drammatici ricordi è la sera del 10 dicembre 1969. Inaugurazione della stagione lirica del San Carlo col Mosè di Rossini. A metà del primo atto, durante il Duetto Ah, se puoi così lasciarmi, si avverte uno sbandamento; il grande direttore Franco Capuana abbassa la bacchetta, scivola, cade in orchestra a faccia in giù. Lo issarono su di una poltrona, attaccato all’ossigeno. Già non era più cosciente; morì qualche minuto dopo.

   Due giorni prima avevo assistito alla prova generale, e quindi il Mosè l’avevo ascoltato tutto. Il protagonista, che diede i brividi da quando era entrato in scena fino a Dal tuo stellato soglio, si chiamava Bonaldo Giaiotti. Aveva trentasette anni, essendo nato a Ziracco, presso Udine, nel 1932; e ci ha lasciati ieri, l’11 giugno. Difficile, dati i tempi, che qualcuno lo dica: è stato il più grande basso degli ultimi cinquant’anni.

   Certo, se si pensa al ruolo di Boris Godunov di Mussorgskij, meglio di lui l’hanno interpretato Boris Christoph, Nikolaj Ghiaurov, Evgenij Nesterenko. Vengono dall’esempio di Scialjapin e posseggono la tinta slava anche quando cantano in italiano. Ma le grandi parti per la voce, se si eccettua questa e i ruoli wagneriani, sono Mosè, in Verdi Attila, Giovanni da Procida dei Vespri siciliani, Fiesco del Simon Boccanegra, Mefistofele nel Faust di Gounod e, soprattutto, Mefistofele nell’Opera di Boito, per interpretare il quale, diceva Tullio Serafin, ci vuole “una cooperativa di bassi”. E Timur nella Turandot di Puccini. E Filippo II nel Don Carlos di Verdi. In queste figure Giaiotti non ha avuto rivali, e difficilmente ne avrà. Non è entrato a far parte dello star-system, ma su “internet” lo si può ascoltare in queste interpretazioni: e a chiunque è dato capire. Diciamo, il suo omologo potrebb’esser Martti Talvela: quanto a possanza e timbro: ma con minor finezza, senza il dominio della musica italiana.

   Infatti la mia seconda rivelazione di Bonaldo fu un anno dopo, quando all’auditorium della Rai del Foro Italico Thomas Schippers capeggiò memorabilmente un’incisione in italiano dei Vespri siciliani con una compagnia di stelle. La canna d’organo della voce di Giaiotti, con risonanze profondissime e insieme incredibilmente soavi, cantò O tu Palermo portandoti alle lacrime. Il timbro era omogeneo lungo tutta la gamma, la voce sonora e modulata: quel gigante cantava piano, con dei fiati così lunghi da produrre un fraseggio naturale e musicale come nessun altro collega. I più celebrati Filippo II sono Christof e Ghiaurov: i più celebrati, dico, fra i grandi, ché poi in questi anni la parte l’abbiamo ascoltata cantata da mezze tacche. Ma costoro gli attribuiscono una tinta slava e una così plateale psicopatia, quale, appunto, quella di Boris, da tradire il personaggio. Il Filippo di Verdi è uno psicopatico segreto, contraddittorio, oscillante tra volontà di potenza, amore represso, crudeltà, mania religiosa, fasto, desiderio di amicizia, sospetto. Se rappresentato come un mostro, e non come un uomo capace, anche, di soffrire, tutta la grandiosa pittura psicologica di Verdi si perde. Certo, Cesare Siepi: questo è il modello. Giaiotti era forse meno sottile e più regale. Mi fa ridere che il maestro Muti, l’unica volta che ha – malamente – affrontato il capolavoro, abbia chiamato un basso americano dello star-system, Ramey. E lo stesso l’unica volta che ha diretto il Mefistofele: con alterno risultato. Ma il nome del sommo Bonaldo, uomo buono, modesto, simpatico, spiritoso, resterà almeno quanto il suo nella memoria degli amici dell’arte.

www.paoloisotta.it