Italia Oggi, 23. IV. 2018

Ricorre un mese da che Piero Ostellino se n’è andato. La sua scomparsa resta un dolore per tutti quelli che amano la libertà, l’onestà intellettuale, la chiarezza delle idee, lo scrivere limpido, e anche il tratto civile nei rapporti professionali e personali. Vittorio Feltri ne ha steso allora un mirabile ritratto: da testimone privilegiato, oltre che da alta intelligenza. Non pretendo di gareggiare con lui.

   Ostellino divenne direttore del “Corriere della Sera” nel 1984. Fra le prime cose, pubblicò un articolo di fondo di Giuliano Zincone. Quest’altro grande giornalista e grande amico era stato dal “Corriere” prestato al quotidiano genovese “Il Lavoro”, che stava a cuore a Sandro Pertini. Nel 1980 le Brigate Rosse avevano rapito un magistrato e, per rilasciarlo, richiesero che i giornali pubblicassero un loro comunicato. Il PCI aveva dettato la “linea della fermezza”: nata col rapimento di Aldo Moro, più da necessità politiche interne ed esterne del Partito Comunista che da un’ampia visione di politica nazionale. Tutti vi si attennero, salvo Zincone, il quale contribuì a salvare la vita del giudice D’Urso. Ben sapeva che avrebbe perduto il posto; ma aveva il diritto, garantitogli dalla legge, di riprendere il lavoro a via Solferino, ove era restato un dipendente quale inviato e fondista. Non gli venne consentito dal direttore Alberto Cavallari, sotto tutela del PCI e dei “Salotti” milanesi.

   Questi era subentrato a Franco Di Bella all’epoca dello scandalo della P2. Ma in un modo umiliante più per la carica che per lui. Il PCI, che governava il Comitato di Redazione, aveva imposto che il candidato direttore si facesse rilasciare un “certificato di antifascismo” da personalità esterne del mondo politico e a lui gradite. Condizione rifiutata con sdegno da un giornalista dotato di altissima e diversa statura come Alberto Ronchey, e che suscitò del pari lo sdegno di Enzo Biagi. Cavallari incominciò, da direttore, a perseguitare coloro che avevano accampato il valore dell’indipendenza rispetto al certificato di antifascismo. Zincone fu la prima vittima; Ostellino la più illustre; ve ne furono tante altre, per le più varie ragioni; anche Feltri e io facevamo parte dei reprobi. Ostellino, al quale venne impedito di scrivere, era in prima linea perché, da corrispondente a Mosca e a Pechino, aveva narrato l’orrore burocratico, oltre che la tirannia, del comunismo; e le terribili condizioni della vita quotidiana sotto i due regimi. Nella sua capacità di obbiettivo narratore del comunismo, il mite e cortese Ostellino si è conquistato nella storia un posto non inferiore a quello di Arthur Koestler, perseguitato parimenti dai nazisti e dagli stalinisti; oltre che dai fiancheggiatori europei.

   Cavallari non riuscì a licenziare nessuno dei perseguitati: erano troppi e aveva sparato a tutti insieme invece che scientificamente, uno alla volta. Egli viveva asserragliato in direzione e nei contigui ristoranti, sempre preda del sospetto, del delirio di persecuzione e dall’odium humani generis. In chiunque non fosse servo vedeva un nemico. Ostellino i servi li aveva sempre disprezzati.

   Il discorso di insediamento di Ostellino andrebbe ripubblicato, essendo un modello di buona cultura istituzionale e culto della libertà. Subito dopo averlo pronunciato egli pregò Cavallari di passare nel suo studio. Questi si rifiutò; Ostellino lo raggiunse in corridoio e gli disse che, essendo il “Corriere” un club, egli era uno dei soci privilegiati, e che naturalmente lo pregava di restarvi quale fondista principe. Posseduto dal rancore, Cavallari gli girò le spalle senza nemmeno rispondere; e andò a sfogare tale rancore a casa Scalfari.

  Ostellino esercitò la direzione in modo così libero e imparziale da durare poco. Si diceva (e mi diceva) che la sua testa era stata chiesta da De Mita. (Quando lo andai a trovare, il giorno dopo la sua cessazione, mi disse: “Vedrai che ti faranno fuori tirandoti una foglia alla volta, come i carciofi.” Riuscii a resistere altri diciassette anni...) Poi, i suoi rapporti col quotidiano furono alterni, dipendendo dall’umore dei direttori e delle proprietà: come i miei. Lo lasciò definitivamente nel 2015: credo, nonostante tutto, con sollievo di ambo le parti.  Adesso la livella che pareggia ogni cosa (ricordate la poesia di Totò?) gli dona l’indifferenza. Fui, non sum, non curo. Spes et Fortuna valete: “Fui, non sono, non m’importa di nulla; Fortuna e Speranza, vi saluto!”: il testo di una lapide funeraria romana, il mio preferito.