Il Fatto Quotidiano, 5. III. 2018

Prosegue la serie degli articoli che ho promessa sul rapporto che la Riforma di Lutero ha con la musica.

   Il distacco dell’Inghilterra dal Cattolicesimo avvenne per cause contingenti, legate alle vicende personali di Enrico VIII. Era stato nondimeno da lunga pezza preparato dall’aspirazione nazionalistica insulare. E mise capo a quella Chiesa inglese la quale non ha in tutto caratteri protestanti ma di certo, senza la Riforma luterana, non avrebbe potuto prefiggersi una prospettiva politica. Il vero e proprio protestantesimo inglese, quello puritano, è di matrice calvinista e non ama la musica. Al nostro effetto, interessa anche la liturgia della nuova Chiesa d’Inghilterra, non più in latino ma in inglese. La Bibbia di re Giacomo rappresenta il completamento culturale del processo. E anche la nuova confessione mette al centro mitico l’Antico Testamento, con una identificazione della nazione insulare con Sion e Israele che riporta all’indietro la coscienza storica e culturale. Si credeva alla lettera al Vecchio Testamento, persino alla Genesi – e ci crede ancora la gran parte degli statunitensi.

   Se nel Quattrocento e nel Cinquecento l’isola aveva avuto una grande scuola di polifonia cattolica, nel Seicento la musica sacra ha rilievo soprattutto quanto a cerimonie di Corte. Il più grande compositore inglese del Seicento, nonché il più grande in assoluto, morì a trentasei anni: e la fine precoce di Henry Purcell nel 1695 è stata una delle somme sventure della musica. Egli sarebbe stato degno di sostenere il confronto con Scarlatti e Händel. La sua musica sacra è sgargiante e sontuosa; per il suo sfarzo, congiunto però a finitura stilistica impareggiabile, è parente più di quella romana e di quella della Corte del Re Sole che non sia prossima all’ascetismo protestante. La musica per le esequie della regina Maria, del 1695, possiede, oltre una celebra marcia funebre, tre Mottetti polifonici intrisi di un tale pathos e dolore che lo stesso Bach non riesce a superarli.

   Ma il cantore dell’epopea nazionalistica e veterotestamentaria inglese è Händel. Luterano, aveva scritto sia musica per questa confessione, sia, durante il soggiorno romano da ventitreenne, musica sacra cattolica. Trasferitosi a Londra nel 1711, fu fino al 1741 impresario e compositore di Opere italiane. Sin dal secondo decennio del secolo scrisse musica sacra anglicana, che ha gli stessi caratteri di quella di Purcell. E, soprattutto, compone solenni Drammi Musicali, in gran parte di argomento biblico, denominati “Oratorî”. Il più celebra è il Messia, uno dei pochi suoi affreschi dedicati al Nuovo Testamento. Li affianca a grandiosi Drammi di fonte tragica: Aci e Galatea, Semele, Ercole, derivanti da Teocrito, Ovidio e Sofocle.

   Il pubblico della recente borghesia, che faceva tutt’uno di Antico Testamento e imperialismo inglese, considerò Händel il cantore dell’epopea nazionale.  Per gl’Inglesi, di qualsiasi confessione, la religione è una funzione dello Stato. Händel era, tuttavia, un antico romano di sangue germanico vissuto nel Settecento. A Roma il paganesimo cattolico l’aveva rivelato a se stesso, mostrandogli la natura panteista della sua religione. Il suo possente sentimento della Natura non è biblico. Il contatto con il grande umanesimo inglese, che nasce con Marlowe e Shakespeare e Donne, lo aiutò all’ideale della Tragedia Greca. Il Messia è una grandiosa rappresentazione drammatica; Saul, Sansone, Atalia, Giuda Maccabeo,  Israele in Egitto sono materia biblica cantata al modo di Eschilo e Sofocle, nella lingua di Marlowe, Shakespeare,  Dryden, Milton e Congreve.

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