Il Fatto Quotidiano”, 4. II. 2018

Nelle prima battute del Tabarro Puccini dipinge l’acqua torbida e limacciosa della Senna come a nessun francese è riuscito. Il Trittico fu composto durante la Grande Guerra; e fatto trionfare da Gino Marinuzzi dopo la prima esecuzione, alla quale il capolavoro in tre atti unici cadde. Ancora Parigi, e ancora Marinuzzi a concertare nel 1917 la prima esecuzione a Montecarlo, per l’opera meno compresa del Maestro: si continua a guardarla con diffidenza; La Rondine è la sua invenzione più delicata, più elegante.  Né Toscanini né De Sabata avrebbero posseduto la raffinatezza, la trasparenza di Marinuzzi. Diretta da Gianluigi Gelmetti, che firma anche l’esemplare regia, il raro titolo apre ora a Catania la stagione del Teatro Massimo Bellini.

   Quando, pochi anni prima, era apparso Il cavaliere della rosa di Strauss, alcuni cretini lo condannarono sostenendo trattarsi di un’Operetta travestita da Dramma musicale. Il “genere” conta più della res; e lo stesso capitò alla Rondine, con l’aggravante che l’originario progetto, una commissione viennese, era appunto quello d’un’Operetta. Le stigmate originarie vengono a Puccini rinfacciate, e a nulla vale che quest’altro capolavoro sia percorso da un fitto sistema tematico che, in un suo particolarissimo modo, assicura alla vicenda borghese uno sfondo mitico. Tutta la storia è percorsa dal ritmo del Valzer, e i Valzer di diversa specie – da quello viennese a quello francese a quello espressionista – Puccini conosceva Schönberg e, se non lo amava, lo rispettava – potrebbero esser ridotti a Suite sinfonica, da accostarsi al Poema di Ravel. Ravel il Valzer canta in modo tragico e terribile; il passo di Puccini è sommesso: la sua vicenda tragica viene narrata con stilistica attenuazione: resta tragica.

   Il finale è enigmatico: il Maestro apparentemente non giudica. Il grande cantore dell’animo femminile tratta ancora una volta la storia di una donna di alto sentire che, per essere, in sostanza, una prostituta – ufficialmente è una femme entretenue – viene respinta dalla società e ricacciata ai margini quando un autentico amore è da lei vissuto pubblicamente. Ella rinuncia: se n’esce di scena con una nota pianissimo, senza recriminazioni. In tale finale antiretorico Puccini s’identifica intensamente con Magda e condanna quel mondo, del quale pur fa parte. La sconfitta di colei ch’è irregolare s’inscrive nella narrazione di Parigi, ma da Alessandro Dumas figlio s’incarna in musica con Verdi, con Bizet, con Delibes (Lakmé), Massenet (Sapho, la stessa vicenda della Rondine, da Daudet), per confluire in Puccini.  Magda è un’altra Butterfly che, invece di uccidersi, torna alla sua vita umiliante, tra feste e risate ch’è costretta a sopportare.

    Gelmetti riesce a far della partitura un solo arco: la sua strepitosa bravura abolisce i trapassi, ogni episodio musicale e drammatico sfocia nell’altro con la coerenza sinfonica che della Rondine è la cosa più difficile da scorgere e palesare. La sua regia veste come un guanto vicenda e sua trasfigurazione musicale. Raro il titolo, coraggiosa la proposta, anticonformista la realizzazione. Non mancheranno quelli che additeranno le tre al pubblico ludibrio.

   Più che i protagonisti vocali, mi piace ricordare la schiera dei comprimarî, dalle non sempre piccole parti difficili: solo un vero direttore artistico sa sceglierli. E dei protagonisti, più arduo che quello del primo tenore (a Montecarlo Tito Schipa!), il ruolo del “secondo”: il bravissimo Andrea Giovannini.

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