Pubblicato su "Il Fatto Quotidiano"

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Ho scritto che con l’Idomeneo di Mozart, la “prima” del quale è stata il 20 alla Fenice di Venezia, s’ è avuta la più importante fra le inaugurazioni dei teatri d’Opera italiani. L’ho scritto nel presentare lo spettacolo; lo ripeto dopo avervi assistito ma nonostante tutto. E il nonostante pesa non poco.

   Di buono vanno dette molte cose. L’aver il teatro veneziano scelto il capolavoro drammatico di Mozart: ch’è pure Opera difficillima alla quale mi accorgo il nostro pubblico ancor riluttare. L’averlo offerto in un’edizione amplissima e quasi completa: più ampia di questa a mia memoria vi è stata solo quella diretta alla Scala da Riccardo Muti nel 1990 che fu addirittura integrale. Alla Fenice mancano i Balletti con che l’Opera si chiude, i più belli composti nel Settecento. Muti è un insigne direttore ciaikovskijano oltre che mozartiano e da lui appresi che il sommo Pietro li diresse nell’ultimo concerto della sua vita insieme con la Sesta Sinfonia, alla prima esecuzione: sarebbe scomparso pochi giorni dopo.

 

   Di buono va detto l’aver la Fenice chiamato a dirigere l’Idomeneo il grande Jeffrey Tate. Egli ne dona una versione di alato passo narrativo e piena di drammaticità e pathos. Il centro ne sono i grandi cori, sublimi come quelli della Tragedia antica, e i pezzi d’insieme. L’orchestra e il coro del teatro veneziano fanno meraviglie; e mi piace ricordare i solisti orchestrali, il flauto, l’oboe, il clarinetto, il fagotto; senza ometter dalla citazione i corni e le trombe, chiamati lungo tutta la partitura a un aspro cimento.

   Non posso affermare che il medesimo passo narrativo e il medesimo pathos si ritrovino nelle Arie e soprattutto nei Recitativi, sebbene questi siano da Tate in astratto rettamente concepiti. La compagnia di canto è modesta. Il tenore Brenden Gunnell, che impersona il Re di Creta, se la cava colle colorature dell’Aria Fuor del mar ma imposta l’interpretazione sul patetico del mezzo carattere invece che sul pathos tragico – spero si colga la distinzione – e abusa di mezze voci. Monica Bacelli, Idamante, è volenterosa: almeno sa pronunciare l’italiano. (Con l’occasione ricordo al lettore che tutta l’Opera tragica del settecento, da Lisbona a Pietroburgo, salvo che a Parigi, è in lingua italiana: i più grandi poeti drammatici tragici del secolo sono Metastasio, romano, Calzabigi, livornese, Monti, delle Alfonsine di Romagna, sebbene l’attività sua quale librettista si svolga più nell’Ottocento). Ekaterina Sadovnikova, Ilia, è incolore. Michaela Kaune, Elettra, è addirittura scandalosa: non pronuncia una sillaba d’italiano, il fraseggio e l’intonazione sono variabili indipendenti: mi meraviglio che un teatro così importante l’abbia mandata in scena. I complimenti convinti li meritano solo due tenori chiamati per le parti di fianco, Anicio Zorzi Giustiniani e Krystian Adam, il quale secondo, in una ripresa dell’Opera, potrebbe ben più degnamente del titolare impersonare Idomeneo.

   Sono disgustato per l’allestimento scenico, dovuto al regista Alessandro Talevi. E’ questi un talento: ma da uno spettacolo che ignora l’aspetto religioso della Tragedia, che inanemente l’attualizza e addirittura la ridicolizza, comprendo non aver egli l’intelligenza e la cultura per affrontare un testo siffatto. Dal momento che negli ultimi tre anni, da che lo conosco, l’ho apprezzato assai, affermo egli rappresentar per me una cocente delusione. E mi duole veementemente - vehementer doleo, come disse Mariano Rampolla al conclave del 1903 quando il veto dell’imperatore d’Austria gli precluse il pontificato conculcando la libertà elettiva – che il grande Tate abbia accettato di affiancare la sua arte a un simile insulto alla musica.