Il Fatto Quotidiano”, 18. I. 2018

Continua con questo articolo la trattazione da me promessa del rapporto fra la musica e la Riforma di Lutero, nel cinquecentesimo anniversario.

Abbiamo visto in scorcio prospettico la nascita delle grandi forme strumentali legate, nel Cinque e nel Seicento, al Corale cantato nella liturgia riformata. Vediamo ora la musica, liturgica e spirituale, connessa alla parola sacra.

Nel Cinquecento il dominio franco-fiammingo-borgognone nella musica polifonica gradualmente arretra per dar luogo a quello italiano. E si crea una koinè stilistica comune, dalla penisola iberica all’Inghilterra alla Germania. I polifonisti germanici applicano alla musica liturgica protestante le tecniche e lo stile del Mottetto e del Madrigale italiano, dopo che il più importante polifonista, non tedesco ma in Germania abitante, Orlando di Lasso, era stato di questi tecnica e stile eccelso rappresentante. Ed ecco la musica di Michael Praetorius (1571-1621), di alti qualità e rilievo: e nei suoi titoli vediamo la commistione fra un Antico Testamento risuscitato e il gusto umanistico: Musae Sioniae, in nove volumi.

Forse nessun compositore riesce a essere in pari tempo un grande umanista italiano e un severo protestante come Heinrich Schütz. Sorge cento anni prima di Bach (1585) e muore tredici prima della sua nascita e di quella di Händel (1672). Turingio, Schütz aveva studiato diritto all’università, onde dominava il latino e il greco. Fondamentale per la sua formazione è che il suo primo patrono, il langravio Maurizio d’Assia, lo avesse inviato a Venezia a formarsi col sommo Giovanni Gabrieli, in due viaggi. Poco prima di morire, l’inventore della Sacra Symphonia gli donò un anello, come Alessandro Magno sul letto di morte volle il suo andasse “al più degno”. E infatti Schütz, che latinizza il nome in Sagittarius, pubblica nel 1611 a Venezia Il primo libro di Madrigali (italiani), e nel 1629 le Symphoniae Sacrae. Torna un anno a Venezia, nel 1627, quando è già un Maestro, per studiare con Monteverdi. Nel 1627 aveva scritto, per Dresda, alla quale Corte intanto era passato, la Daphne, prima Opera di teatro musicale in Germania, sul testo, volto in tedesco, di Rinuccini, già musicato da Jacopo Peri e Marco da Gagliano, da Ovidio.

Eppure questo pretto rinascimentale scrive di gran Mottetti in tedesco e in latino per la liturgia musicale protestante. E le Passioni responsoriali in tedesco e l’Oratorio per il Natale. Attraversa la Guerra dei Trent’Anni, e più s’inoltra nell’età più la sua musica si fa spoglia all’esterno e densa di un pathos toccantissimo: che pare, e vuole essere, la traduzione della Parola liturgica; ma ne è già un’interpretazione universale insieme, e personale, che la trascende. La declamazione latina di Absalon, fili mi, il pianto di Davide sul figlio prediletto, degna di Monteverdi, si affianca in pari altezza a quella di Ich bin ein rechter Weinstock: la Germania scopre una volta e per sempre che la sua è, con l’italiano, la lingua della musica; e contempla il suo autoritratto di penitenziale devozione religiosa, che già va facendosi mito. “Oratio Harmoniae Domina absolutissima”, aveva insegnato Monteverdi: “Il senso della parola domini del tutto la musica”: e nessuno lo segue come lui. Heinrich nasce rinascimentale e diviene una delle incarnazioni della poetica del Barocco musicale. Schütz significa “arciere”: le frecce del Sagittario, invece di uccidere, colpiscono la Parola liturgica germanica e la trasformano in musica. Il rapporto fra lingua tedesca e musica è fondato. La fiaccola sarà raccolta da Bach.

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