Il Fatto Quotidiano”, 4. I. 2018

 

Due concerti di Capodanno, due grandi direttori. Italiani. In caposaldi della musica tedesca. E, prima di parlare dei concerti, spiego il concetto.

La grande forma nasce da uno sforzo congiunto dell’Italia e della Germania. Dal concetto di elaborazione tematica che il Barocco eredita dal Rinascimento musicale adattandolo dalla polifonia vocale a quella strumentale. Tutto passa per Bach, compositore vissuto nell’età del Barocco il quale l’estetica del Barocco sente ed esprime ma che è, con Alessandro Scarlatti, il padre della Musica Classica. Onde considerarlo un musicista “barocco” è un abbaglio purtroppo frequentissimo. Nel Classico, da Domenico Scarlatti, Carlo Filippo Emanuele Bach e Haydn in poi, le grandi forme strumentali divengono tedesche.

Gl’interpreti della grande forma alla fine dell’Ottocento della grande forma avevano perduto la concezione. In Beethoven, Schubert, Schumann, Wagner, Brahms, Liszt, le loro versioni appaiono informi e rapsodiche, una specie di mosaico di pezzi irrelati. E il fraseggio è sovente enfatico, così come il rispetto della dinamica e delle relazioni di tempo sparito. Ci vollero Martucci, Toscanini e Marinuzzi, col latino senso della forma, per restituire alla Germania il vero accento dei suoi classici. Durò per qualche generazione; oggi questo è di nuovo dimenticato.

Fra i grandi della musica classica c’è Johann Strauss coi suoi Valzer, le sue Polke, le sue Operette. Ne avevano un’altissima considerazione sia Liszt che Wagner. Nel passato supremi interpreti suoi sono stati Erich Kleiber, Fritz Reiner, Ferenc Fricsay, Willi Boskowsky, Karajan. Oggi è preda della volgarità, della pesantezza, degli “effetti”. Gli ultimi Concerti di Capodanno a Vienna sono stati un trionfo di volgarità. Ci voleva Riccardo Muti, il primo gennaio 2018, a ricordare quale grande compositore, e quanto intimamente “classico”, Strauss sia. Colla trasparenza del suono, l’eleganza del fraseggio, l’equilibrio straordinario fra rigore e libertà ritmica, ormai quasi perdutosi. Ancora una volta, quando dirige musica sinfonica, il suo nome entra nel serto dei grandi ora ricordati. Siccome il primo dell’anno Muti a Vienna non vuole dirigere più, è difficile che io sia per seguire altre inaugurazioni viennesi: non perderò il tempo coi Thielemann, cogli Jansons.

L’altro Concerto di Capodanno l’ho ascoltato a Milano: con l’Orchestra “Verdi” Elio Boncompagni ha diretto la Nona Sinfonia di Beethoven: ch’è il massimo augurio fausto possibile. E anche qui ci voleva un sommo interprete italiano per render accessibile alle orecchie un’architettura che, per esser grandiosa come una cattedrale gotica, viene percepita in una sorta di sfumatura di profilo. È immensa come il Duomo di Siena ma lo spirito suo è del Partenone e dell’Ara pacis. I trapassi fra le sezioni vanno fatti avvertire nel senso dell’ unità: ciò vale in ispecie nel tempo lento. Il Finale, l’Inno alla gioia, ove entrano le voci dei solisti e quella del coro, simboleggiante un’umanità nella festa d’un rinato panteismo, è per lo più sminuzzato siccome accozzaglia di tessere, disiecta membra. Boncompagni, in cammino verso gli ottantacinque anni, studia e riflette sul già fatto, suo e degli altri. La Nona Sinfonia scaturita dalla sua bacchetta mi faceva pensare alla statua di Perseo fusa da Benvenuto Cellini: all’artista era mancato il metallo: egli gettò nella fusione l’intera opera sua, e dalla fusione scaturì uno dei capolavori dell’arte plastica.

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