Il Fatto Quotidiano”, 19. XI. 2017

Caravaggio e il comico. Alle origini del naturalismo, di Francesco Porzio (Skira, euro 16), è di appena 74 pagine. Ma sono densissime; e dopo averlo letto ho compreso che non è un libro su Caravaggio, sebbene la “lettura” del pittore sia appassionante e filologicamente – simbologicamente, iconologicamente - acuminata; e nemmeno un libro sulla pittura. È un libro sull’arte generalmente intesa; su uno dei temi che, da Platone in poi, sono al centro della riflessione sull’arte: il rapporto fra l’arte e la realtà fenomenica. Fenomenica, per dirla come intende Platone; con la realtà qual è, quale i nostri sensi la percepiscono; brutalmente, potremmo dire: colla materia. Giacché per Democrito, Leucippo, Epicuro, Lucrezio, tutto è materia e nulla che non sia materia in natura si dà. E Democrito, lo scopritore dell’atomismo, tradizionalmente è raffigurato come “il filosofo che ride”.

Sin dall’arte arcaica, una fortissima tendenza trasfigura la realtà secondo modelli ideali. È la chiave della grandezza dell’arte europea, e non solo: ove principî formali e il loro rispetto si congiungono all’idealismo nel respingere la bruta imitatio naturae. Aristotele, che sempre teorizza, considera il comico una categoria espressiva inferiore, alla quale è deputata la rappresentazione di ciò ch’è ignobile. Come se Aristofane non ci fosse già stato!

Il realismo attraversa vittoriosamente la poesia latina; anche medioevale, come mostra la grandiosa irruzione della realtà e dell’ateismo dei Carmina burana. Dante è atrocemente comico nell’avvilire i dannati, che odia, e nell’inventare la terribile risata dei dannati: i mezzi espressivi sono alti, ma l’estetica è pur sempre quella di Aristotele. Boccaccio si pentì forse del Decamerone, ma la rappresentazione della realtà, già borghese, è in lui compiuta. Al suo fianco, vorrei mettere il libello francese trecentesco, Le quindici gioie del matrimonio, sia o non sia esso del vescovo di Avignone Gilles de Belle Mère. Il realismo dell’arte è quindi forte in ogni epoca, seppur non prevalente: e semplifico molto.

La rivoluzione “controrinascimentale” del sommo pittore lombardo incomincia, spiega Porzio, con una serie di quadri erotici, la gran parte di sapore omosessuale e rappresentanti immagini di prostituzione: il Ragazzo punto da un ramarro, il mirabile Fruttaiolo della Galleria Borghese, il Concerto e il Suonatore di liuto del Metropolitan, il cosiddetto Bacchino malato della Galleria Borghese, il Coridone dei Musei Capitolini. Opere simbolicamente e insieme realisticamente sfrontate, imbarazzanti. Il ductus comico viene applicato a raffigurazioni erotiche, ma con questo sottraendo l’umile oggetto della rappresentazione alla sfera esteticamente “bassa”. È solo il primo passo.

Lo stesso ductus stilistico Caravaggio applica alla pittura sacra, testamentaria. San Matteo, un rozzo analfabeta dai piedi sporchi al quale l’angelo detta il Vangelo; le Natività di Palermo e Messina, colla Vergine umile popolana seduta a gambe incrociate; e la Vocazione di San Matteo, il santo sorpreso in una riunione di giovani di mala vita all’osteria … Nelle ultime pagine, Francesco Porzio dona la ratio di tutto questo: il naturalismo da tendenza si fa filosofia. La realtà è una, non esiste gerarchia stilistica nell’arte, solo gerarchia di valori. E il mito cristiano va raffigurato con lo stesso mezzo artistico. Una rivoluzione estetica, un triangolo che ha per vertici, col Merisi, Shakespeare e Cervantes.

www.paoloisotta.it