Il Fatto Quotidiano”, 11. XI. 2017

Nel teatro di Eduardo Scarpetta vediamo con meraviglioso realismo una Napoli borghese e piccolo-borghese; e talora in tali panni rinasce una realtà ancestrale, quella della fame eterna del popolano: è il caso di Miseria e nobiltà. Suo figlio e continuatore Eduardo De Filippo narra per lo più una Napoli piccolo-borghese; in certo senso – lo insegnava Ruggero Guarini – il suo teatro piccolo-borghese è per ideologia, perbenista e restauratrice. Non è un giudizio di valore: in De Filippo è rappresentata una Napoli che tenta affannosamente di adattarsi all’unità italiana, una Napoli che ha dato i figli migliori all’inferno delle trincee sul Carso e deve comprenderne la ragione, una Napoli barbaramente bombardata e barbaramente occupata dai vincitori: e deve tentar di sopravvivere, comunque.

Raffaele Viviani è il vero cantore di una Napoli popolare, nella quale rivive una civiltà pagana che solo superficialmente s’è cattolicizzata. Egli non raffigura le maschere fescennine, non Pulcinella. Ma l’eros quale istinto violento e mescolato con un gusto della morte, di Catullo e Properzio, rinasce in lui; e rinasce l’ossessione per il denaro, che si sostituisce all’istinto vitale, di Plauto e Terenzio: il quale secondo è anzi persino più borghese di lui. E, nella Festa di Piedigrotta, ora andata in scena al napoletano Sannazaro con la regia di Lara Sansone e la sua compagnia, una reincarnazione del sentimento dionisiaco che ci porta indietro di millenni.

La festa di Piedigrotta, settembrina, è dedicata a una Madonna. A Napoli, la Madonna, la madre per eccellenza, è ancora Iside e Cibele. Questa festa non è che la trasformazione cattolica dei Saturnali; e di quei Baccanali, in onore di Bacco-Libero-Dioniso, che invano a Roma si proibirono con un senatoconsulto nel 186 avanti Cristo, ché dilagarono, essendo più forti di lui. A Piedigrotta, dice Viviani, tutto è lecito: come durante i Saturnali, inversione d’ogni fondamento della società. Inversione religiosa, solo mezzo per far rinascere la pax deorum e un ordine civile. Gli scugnizzi scalzi che percorrono la Villa e Mergellina per un giorno e una notte, inconsci sacerdoti dionisiaci, sono una manifestazione di pura gioia che travolge etica e istituzioni. E la gioia è di continuo percorsa da tripudio di danza, da musica. Dalle tarantelle, che sono una danza magica ed esorcistica pre-indoeuropea diventata religiosa e poi solo popolare, alle canzoni d’amore, di lazzo, di scherno, di sofferenza. Forse Viviani non era conscio del fondo religioso arcaico della sua poesia; ma del contrasto fra la sua essenza popolare e l’ideologia piccolo-borghese sì, giacché in questo spettacolo fra le scene v’è appunto l’irrisione di piccolo-borghesi da parte degli scugnizzi: essi sono incapaci di fondersi nella gioia della notte di trasgressione.

Il Sannazaro è il teatro napoletano che custodisce più gelosamente la tradizione popolare: Petito, Viviani: è un museo vivente così prezioso che andrebbe salvaguardato come l’Accademia della Crusca. Lo spettacolo allestito da Lara Sansone (più di quaranta personaggi) è una profusione di musica e ballo, e musicale è il ritmo al quale la grande attrice ha impostato attitudini e tempi di recitazione. Ciro Capano, Mario Aterrano, Matteo Salsano, Gianni Parisi, Salvatore Misticone, Lucio Pierri, Chiara de Vita, Federica de Riggi, Tina Scatola, Laura Misticone, attori e cantanti, sono fra i protagonisti d’un’ opera corale il pernio della quale è il fantastico gruppo degli scugnizzi.

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