Il Fatto Quotidiano”, 31. X. 2017

 

In quale misura un’opera d’arte, una volta creata, resta vincolata alla volontà del suo autore? Non ha essa una volontà propria? Non si distacca dall’autore, continuando a vivere secondo leggi sue proprie? E l’interprete, deve cercar di attuare la volontà del creatore, che può essere contingente e mutevole, o non piuttosto adeguarsi alla grandiosa obbiettività della volontà dell’opera? Essa rimane fissata per sempre, e non muta, quasi archetipo. E i personaggi, se l’opera appartiene all’epica, al teatro drammatico (anche a quello musicale), alla narrazione, restano immobili pur essi per sempre. Continuano a realizzarsi secondo una legge necessaria.

Questo è l’argomento per un trattato di filosofia estetica. Ma non Benedetto Croce lo svolge. Solo il genio di Pirandello poteva organizzare questo assunto in un dramma, Sei personaggi in cerca d’autore, del 1921, che rappresenta una delle più grandi rivoluzioni del teatro. Pirandello è anche un romanziere e, soprattutto, un novellista, all’altezza di Balzac, Flaubert, Maupassant e Cechov. Come narratore, impersona il grandioso realismo borghese, scendendo nelle più torbide sentine dell’essere umano; e v’introduce il tarlo dell’assurdo, della fissazione intorno alla rappresentazione che del nostro ego ci facciamo all’esterno; e d’altre ossessioni. Fondiamo questo col dramma filosofico, e avremo una terribile vicenda di cronaca nera, fatta di miseria, prostituzione e incesto che lotta con esso in un conflitto vitalissimo. Coi personaggi che chiedono di esser rappresentati dopo esser sfuggiti alla volontà di un creatore che, concepitili, non ha voluto dar loro vita. Il nuovo allestimento del capolavoro, del quale parlo, è andato in scena mercoledì al Teatro Mercadante di Napoli: prima italiana: dello Stabile di Genova, colla regia di Luca De Fusco.

Scrivo di continuo che non riesco più ad assistere a un Pirandello allestito col rispetto del testo. Ecco una grande eccezione. De Fusco cura minuziosissimamente un’opera complessa, dal lessico arduo insieme e osceno; con un mirabile ritmo, quasi musicalmente scandito, nelle parole di quelli che vengono avanti di volta in volta: la Figliastra (Gaia Aprea, incisiva, violenta, sarcastica nel dolore), Federica Granata (la Madre), Paolo Serra (il capocomico), Angela Pagano (Madama Pace); e tutti i bravi altri attori. Isola il dramma di ciascuno dandogli un plastico rilievo. E non taglia una parola del capolavoro. Assistendo allo spettacolo, mi tornava alla mente che, proprio là ove più è rivoluzionario, Pirandello palesa che discende dalla tragedia greca; ch’è pensiero di Sciascia.

Un altro Grande Vecchio del nostro teatro impersona il Padre, Eros Pagni. Lento, dimesso: le parole sapientemente scandite; la maschera facciale appena mossa, i gesti misurati. Sordido a un tempo e filosofico. Dà i brividi. Meno male che esistono ancora artisti come lui.

Le stesse espressioni adoperavo qualche mese fa per un altro allestimento pirandelliano, con un altro Grande Vecchio, Pippo Pattavina. Pattavina avrebbe dovuto impersonare il Padre allo Stabile di Catania, quest’anno. Gli sconsiderati che questo teatro reggono hanno chiamato un regista, di nome Michele Placido, il quale ha spiegato che si deve “svecchiare Pirandello” e ha apportato violazioni al testo. Pattavina ha rinunciato a recitare: la città di Angelo Musco, che dovrebb’essere pirandelliana, non ha fatto una piega; né il teatro italiano. Da casi siffatti si vede che nemmeno un Dio ci potrebbe salvare.

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