Pubblicato su "Il Fatto Quotidiano"

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La stagione della veneziana Fenice si aprirà venerdì 20 coll’Idomeneo di Mozart. Si tratta del capolavoro tragico di Wolfgang Amadeus insieme con La clemenza di Tito, risalente all’ultimo anno di vita; l’Idomeneo, rappresentato a Monaco di Baviera nel gennaio 1781, è invece dei ventiquattro anni; e nessuna creazione diede al suo autore tanta gioia. Una vasta Tragedia con cori che affrontano, in modo sofocleo, la terribilità del Fato e l’incomprensibilità del Divino; e un’analisi delle passioni così minuziosa che subito dopo Mozart vi rinuncia per adottare, nella rappresentazione, una psicologia sintetica.

 

   L’Idomeneo e La clemenza di Tito, insieme con il Mitridate, scritto a quattordici anni, e il Lucio Silla, composto a sedici, dovrebbero far comprendere che una retta immagine di Mozart autore drammatico vede il compositore tragico preponderare rispetto al comico. Anche in Opere comiche il punto focale è tragico: basti pensare a Martern aller Arten del Ratto dal serraglio (un’Opera tedesca di qualità ben superiore al successivo Flauto magico), a Don Ottavio, son morta! del Don Giovanni, e Come scoglio immoto resta di Così fan tutte. Dell’Idomeneo io ebbi rivelazione all’inizio degli anni Settanta. Francesco Siciliani l’aveva allestito in forma di concerto per la Rai di Roma all’auditorium del Foro Italico. Aveva chiamato a dirigerlo un decoroso, non di più, sebbene celebratissimo, inglese, Colin Davis, che ne aveva dato un’esangue edizione discografica. Siciliani convocò una compagnia straordinaria: Nicolai Gedda per il ruolo protagonistico e per quello di Idamante il maggior soprano drammatico di coloratura degli ultimi decenn^i dopo Anita Cerquetti, Jessye Norman. E accadde questo. Siciliani era seduto subito dietro il podio. Davis incominciò a dirigere e l’esecuzione fu subito al calor bianco, come mai non era accaduto al pesce lesso: il grande musicista italiano (lo vedevo dai movimenti delle mani e degli occhi) dirigeva lui e di Davis s’era come per possessione medianica impadronito. L’inglese non ne fu mai conscio.

   Alla Fenice l’Idomeneo sarà concertato da uno dei maggiori direttori viventi, Jeffrey Tate. Nato nel 1943, non è mai stato fatto Sir come varie mediocrità sue connazionali, a partire dallo stesso Davis. In quanto mozartiano, gli si deve una splendida incisione completa delle Sinfonie. Ma è un insigne wagneriano: l’ultima volta che lo vidi sul podio con un titolo del Sommo di Lipsia fu alla Scala col Tannh”auser, nell’edizione parigina, la più difficile pel concertatore di tutte le Opere di Richard. E’ uno straordinario direttore di Britten ma ho potuto apprezzarlo anche nel delizioso H”ansel e Gretel di Humperdinck e per avermi rivelato di questo grandissimo compositore un capolavoro tragico, Figli di Re (K”onigskinder) che realizzò al San Carlo di Napoli.

   Di questo teatro egli è stato per qualche anno direttore musicale; ma allora non diventammo amici sebbene avessi avuto modo di ammirarlo per la sua competenza nella storia dell’arte: mi fece fare una pessima figura parlandomi del Museo Correale di Sorrento che non avevo mai visitato. L’amicizia è nata da poco a una tavola veneziana dopo una sua meravigliosa esecuzione della Nona di Mahler: ed egli, al quale avevo due giorni prima portato la partitura della Sinfonia di Gino Marinuzzi, una delle vette sinfoniche del Novecento, disse di essersene innamorato: l’avrebbe diretta.

   Tate interprete penetra nella pagina musicale con intensità sin dolorosa; le sue doti analitiche sono sorrette dalla grande dottrina ricevuta presso il Trinity College di Cambridge: incredibile che sia riuscito a sostenere gli stud^i musicali allo stesso tempo che si laureava in medicina. Ma a rendere grandi le sue interpretazioni sono un distacco e un’ironia nascenti dalla profondissima esprienza del dolore: e l’intensità dolorosa che ho detto si sublima in contemplazione pura. Ammalato dall’infanzia d’una deformazione alla spina dorsale, dona a tutti una sorridente lezione di grandezza d’animo; e d’anima.