Il Fatto Quotidiano”, 13. VIII. 2017

 

Zenon! Cruel Zenon! Zenon d’Elée!”: è il primo verso della penultima sestina del Cimitero marino, il poemetto di uno dei grandi poeti del Novecento, Paul Valéry: “Crudel Zenone, Zenone eleata!” Il filosofo del quinto secolo a. Ch., oggi ricordato per il paradosso su Achille e la tartaruga, negante l’esistenza del moto, di continuo rimeditato da Borges, era di Elea, città della Magna Grecia. Vi era nato il suo maestro Parmenide, che con Zenone è immortalato in uno dei più grandiosi Dialoghi di Platone, intitolato al venerando filosofo. Anche Papinio Stazio, l’autore della Tebaide, che Dante incontra in Purgatorio, era di famiglia eleata, pur se nato a Napoli.

Elea oggi è, alla latina, Velia. Sul mare; alle spalle, il vallo di Diano, ch’è un paesaggio tra il montano e il rustico. Da Salerno vi si giunge in automobile attraversando uliveti e macchie. L’area archeologica è un’acropoli sormontata da un’imponente torre normanna; all’interno anche i resti di un tempio di Esculapio, il dio-serpente figlio di Apollo, che presiede alla medicina. Ai piedi della torre da vent’anni si monta un palcoscenico. Vi si svolge uno dei più eleganti festivals teatrali che vi siano, “Veliateatro”, dedicato alla filosofia e al mondo classico. “Affanniamo, temiamo di dover chiudere!”, mi dice Michele Murino, che lo anima. “Di contributi, ministeriali e regionali ci danno pochissimo.”. Lo credo: la Regione Campania locupleta un certo Nino D’Angelo, un cantante neomelodico al quale è stata attribuita la “direzione artistica” del napoletano Trianon, quello che ingloba blocchi murarii greci di Neapolis …

Quest’anno il festival organizza tredici manifestazioni: è in onore di Marcello Gigante, il grande filologo e storico che ha rivelato la biblioteca dei Pisoni, con i libri di Filodemo, il filosofo siriaco vissuto a Ercolano, forse maestro di Lucrezio e maestro del maestro in filosofia di Virgilio, Sirone. Filodemo insegnò la dottrina di Epicuro, della quale sono seguaci non solo Lucrezio, anche Virgilio, Orazio, Ovidio. Tra le più belle manifestazioni, il Dialogo su Dioniso, di Antonio Calenda e Giorgio Ieranò.

Io ho assistito a uno spettacolo che mi ha lasciato senza fiato. Il mostro sacro del teatro e del cinema italiano è Roberto Helitzka, quasi ottantenne. Egli ha frequentato il liceo a Torino (“Il mio insegnante di latino era Oreste Badellino!”); e da allora, vieppiù perfezionando, ha tradotto per intero il De rerum natura di Lucrezio, quel Poema della Natura ch’è la somma poesia filosofica mai creata e mette in versi il discorso di Epicuro. È anche, credo, il caso di asperità massima della lingua latina. Pigliate un medio attore di oggi: Lucrezio non l’ha mai inteso nominare.

Herlitzka volge in terzine rimate di stile e lessico danteschi: con musica lusinghierissima; e recita un monologo di un’ora (troppo corto!) con interludii musicali (Bach: passi delle Variazioni Goldberg) e filosofici, di ottimo livello, di Stefano Maso. La platea è muta per l’incanto, persino là ove risonano le arduità della fisica atomistica. “Suo cimitero da questa parte hanno / con Epicuro tutti i suoi seguaci, / che l’anima col corpo morta fanno.” Tombe infocate, all’inferno (Canto X): Dante conosceva Epicuro per sentito dire e non aveva potuto leggere Lucrezio: ma per volontà di potenza li perseguita, il secondo col silenzio. Quale contrappasso che per interposto Herlitzka debba cantare il De rerum natura!

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