Il Fatto Quotidiano”, 3. VIII. 2017

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Dal 19 giugno le sorelle Fendi sono rimaste in quattro: se n’è andata quella che del marchio di moda più sosteneva la figura pubblica, col prestigio della sua presenza e del suo mecenatismo artistico. Carla, ottantenne, è stata ampiamente commemorata; aggiungo il mio ricordo di amico privato che di moda nulla conosce sebbene non gli sfugga che l’impresa fondata dal padre e continuata dalle cinque figlie non ha solo rilievo economico, è di quelle che onorano l’Italia nell’immagine presso l’estero. Sotto un profilo industriale e artistico: nell’ideare un vestito, una borsa, una valigia, una cintura, femminile come maschile – ma questo solo dai sarti, non nella confezione – agisce sovente anche un artista.

Carla Fendi era famosa in tutto il mondo ma conservava una semplicità del tratto pur circondata da uno stuolo di segretarie e “chattanti” addette stampa. Semplicità denotante signorile sprezzatura. Quando la sua tavola non era troppo numerosa – amo solo il petit comité – la sua conversazione si faceva intima. Ti guardava negli occhi – li aveva belli e intensi – e s’informava delle tue cose, della tua vita. Era ospitale verso l’antipatico generone gravitante attorno ai concerti di Santa Cecilia ma i suoi veri amici erano quelli di una vita. Il sommo costumista Piero Tosi, uno degli uomini che hanno segnato sessant’anni di teatro e cinema italiani; il grande creatore di moda e regista e costumista Quirino Conti, col suo compagno Orlando Gentili. E proprio Quirino ha favorito la metamorfosi del mio rapporto con Carla, da ufficiale a domestico. A Sabaudia, in una villa che mi pare fra i più begli esempi di architettura privata fascista, si stava con questi amici, ai quali si aggiungevano Roberto D’Agostino e la moglie Anna, proprietari anch’essi di una bella casa al Circeo. Si parlava d’arte e si facevano pettegolezzi divertenti. Candido Speroni, il marito, è sepolto lì: amava il Circeo benché senese; era un uomo di adorabili naturalezza e simpatia, che non sentiva affatto la difficoltà di vivere accanto a una moglie famosa. Candido scomparve nel novembre del 2013 e, nel successivo giugno, Carla ha voluto ricordarlo al Festival di Spoleto con un concerto diretto da Riccardo Muti.

Il mecenatismo di Carla Fendi si è sublimato nel suo rapporto con la città umbra e il suo Festival. Non potrò dimenticare la riapertura del teatro Caio Melisso, un gioiello secentesco dalla complessa storia ch’ella fece restaurare riportandolo al macchinario scenotecnico antico. All’inaugurazione, nel 2012, ci fu un monologo di Peppe Barra che addirittura commosse per le pause stupefatte ch’egli, vestito tra Pulcinella e Pierrot, interpose nella sua recitazione. A latere, una mostra dedicata a Piero Tosi ribadì per tabulas la sua grandezza; a tavola l’artista raccontò dell’arroganza burocratica di Ghiringhelli, soprintendente della Scala, quand’egli fece i costumi della Sonnambula con Maria Callas. E poi, al Caio Melisso, assistemmo a quel Matrimonio segreto di Cimarosa coi costumi di Tosi, le scene e la regia di Quirino Conti: un’oasi di poesia figurativa e drammatica sposata alla musica, che resta fra i ricordi più belli della mia vita di spettatore: professionista, sì, ma inguaribile amante il bello.

Quando ho lasciato il “Corriere della Sera” e ho quindi perduto la possibilità di fare favori o di nuocere, l’ottanta per cento delle mie frequentazioni si è dileguato oppure è stato da me eliminato: una delle fortune della mia vita. Ma Carla fece una cena in mio onore a via Borgognona.

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