Il Fatto Quotidiano”, 25. VII. 2017

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Agosto, inizio anni Settanta. A Siusi soggiornava nel nostro albergo una coppia di napoletani amici dei miei genitori. Una notte Peppe, titolare d’un’antica gioielleria, ebbe un infarto. Accorse da Bolzano l’ambulanza; vi salii, gli tenevo la mano: l’ago in vena, era attaccato al respiratore. Gl’infermieri, non immaginando che in qualche modo li comprendessi, si dicevano in dialetto tirolese che il pover’uomo aveva gl’istanti contati. Coll’altra mano cercavo di tenermi saldo, ché su quei tornanti il veicolo, velocissimo, mi sballottava come se fossi su di una barca durante una tempesta; un partenopeo è avvezzo a curve anche più strette, nel piccolo autobus che da Anacapri scende a Capri, o sulla costiera amalfitana. Il giorno dopo raccontai ai condolenti di quella terribile corsa; c’era anche una vedova mia concittadina, madre di un medico destinato a diventare famoso per aver predetto l’immortalità a Berlusconi, ma non pure che Berlusconi avrebbe partecipato, come avvenne, alle sue esequie. La signora andò negli anni narrando e perfezionando l’episodio, colla variante che sull’ambulanza c’era lei, non io. Quanto vividi erano nelle sue parole l’espressione e gli sguardi degli infermieri! Davvero rivivevi il timore che l’ambulanza non fosse per precipitare per una curva presa troppo velocemente … Una menzogna sostenuta a lungo diviene un ricordo: la tragica notte la signora la raccontò anche a me.

Giovane critico musicale, le mie estati contemplavano anche le recite all’Arena di Verona: che offriva ancora qualità artistica. Ero ignorante e presuntuoso, affrontavo cose che sconoscevo con l’improntitudine d’un adolescente. Ci fu un Sansone e Dalila di Saint-Saëns con una meravigliosa regia di Franco Enriquez, uno degli uomini dallo sguardo e dalla personalità più affascinanti che abbia mai visti; Dalila era Fiorenza Cossotto. Io avevo ascoltato l’opera interpretata da Shirley Verrett e Grace Bumbry, e la sontuosa linea di canto della grande interprete italiana mi pareva volgare; scrissi che ella accoglieva Sansone come “una pastasciuttara accoglie il reduce”. Un pomeriggio andai a salutare il maestro Gavazzeni che provava il Trovatore al Teatro Filarmonico: al bancone dell’usciere era seduto il marito della Cossotto, il basso Ivo Vinco, della simpatia del quale ebbi poi modo di accorgermi. Non lo riconobbi. Declinai le generalità e lui mi disse: “Lei è quello che ha osato chiamare pastasciuttara la Fiorenza!” Ma la sua bonomia chiuse lì l’episodio.

All’Arena si esibiva un baritono molto famoso, locupletato e lodato, Renato Bruson. A me non sono mai piaciuti il suo timbro, la sua intonazione, il suo solfeggio, la sua (a)musicalità; e il giudizio confermo oggi che sono meno ignorante e meno presuntuoso di quarant’anni fa. Cantò nella Forza del destino; scrissi che sconosceva il solfeggio. Per una felix culpa della segreteria del “Giornale” una lettera di protesta contro di me inviata da costui a Montanelli giunse a me. Il demone della beffa, che tuttora mi possiede, fece sì che io, sulla carta intestata del Direttore presa dal suo cassetto, ma senza imitarne la grafia, gli rispondessi che le sue lamentele erano fin troppo giuste e che sarei stato licenziato. ”Suo devotissimo Montanelli”. Un giorno Indro mi convoca. “C’è un cantante che si vanta di avere una mia lettera nella quale gli prometto la tua testa. Tu che ne sai?” Dovetti confessare. “Ti dovrei licenziare per davvero,”, disse il Direttore, “Per questa volta non lo farò. Ma sai che ne verrà? Che tutti diranno che ti avevo licenziato e tu hai trovato una raccomandazione così forte da costringermi a disdirmi!” Conosceva l’animo umano, Montanelli …

Il vizio di farmela coi direttori d’orchestra ho incominciato a togliermelo solo dopo i sessant’anni. Quella Forza del destino era capeggiata da Francesco Molinari Pradelli, un buon maestro, diciamo un primo della seconda fila – ce ne fossero come lui, oggi! Il suo merito principale fu di avere per decenni acquistato quadri barocchi e settecenteschi; era un autentico esperto, e anche quando veniva al San Carlo batteva antiquari e “saponari” per edificare quella che sarebbe divenuta una collezione famosa in tutto il mondo. Da Siusi volli portare la mia mamma a vedere una replica; nel primo intervallo andai, solo, nel camerino di Molinari Pradelli. Evidentemente Bruson mi conosceva. Irruppe con tutta la sua mole; e mi stringeva la gola urlando: “Adesso fammi lezione di solfeggio!” Ricordo distintamente il colore della faccia del direttore d’orchestra, cenere biancastra. Egli si appoggiava alla parete tentando d’incorporarvisi per sparire. Due robusti attrezzisti bloccarono l’energumeno: così non fui strangolato. Dopo tentò di mettere una buona parola un vecchietto bassino, col basco – un perfetto sacrestano della provincia veneta – che si qualificò come “l’insegnante di canto” del baritono. Non mi venne di fare l’esame di solfeggio a lui. Un coglione che esercitava la critica musicale sul quotidiano “L’Arena” raccontò il fatto dando ragione a Bruson; e imputò a me un errore di solfeggio: chiamò – lui - “terzine” certe “quartine” della Sinfonia della Forza. Venni vendicato da Piero Buscaroli. Mio successore al “Giornale”, dovette anch’egli andare all’Arena e ascoltare la per lui odiosa Aida; sosteneva di possedere l’”orecchio assoluto”, e scrisse della Marcia del Trionfo “in La diesis minore”: questa tonalità è alla musica affatto sconosciuta, e la Marcia è in La bemolle maggiore.

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