Il Fatto Quotidiano”, 16. VII. 2017

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Immaginate un paesaggio planetario devastato da un’esplosione atomica. I superstiti debbono ricostruire qualche riparo ma il solo materiale a disposizione sono i detriti. Poi decidono di marciare verso altre zone che sperano intatte. E ritrovano edifici che vanno dal Partenone a Le Corbusier; in mezzo il Gotico, il Classico, il Barocco, il Neoclassico. Allora cercano di modellare i detriti ispirandosi, per come possono, all’immenso deposito risparmiato dall’apocalisse. Forse il quadro storico non è altrettanto grandioso, mescolato com’è a bassezza umana e culturale: ma è quanto è accaduto alla composizione musicale dopo le “avanguardie” postweberniane degli anni dai Cinquanta ai Settanta e l’effimera affermazione del “postmoderno”. Questo quadro è tracciato con lucidità filosofica, severa ricostruzione storica e profondità critica da Sara Zurletti, una delle voci più interessanti dell’attuale musicologia. La scrittrice, che spazia da Adorno all’eresia catara, verga un saggio, Verso una filosofia della musica nuova, ch’è la più attuale diagnosi dello stato della composizione musicale oggi. Personalmente sono ancor più pessimista che non sia la mia generosa collega; e tuttavia, grazie alla sua pagina e al suo appassionato impegno, ho scoperto, anche di là dal mio abituale orizzonte, qualcosa di vitale e soprattutto qualcosa di valore. Forse fatto coi detriti della tonalità, e miracolosamente, a onta di quella che mi pare la sua irreversibile usura: eppur si muove.

Il saggio di Sara Zurletti mette il dito anche su alcune piaghe che non si saneranno mai. Il fatto che il pop, il quale si costruisce secondo processi affatto industriali, abbia fagocitato in sé la musica d’arte; e le sue categorie valgono presso i più quale griglia interpretativa di questa. Onde una degenerazione dell’ascolto presso i “fuitori” della “musica classica” e sono, per lo più, dei sottosviluppati mentali: si veda il pubblico dei teatri d’opera italiani, che applaude a tutto e tutti, indiscriminatamente: esso mi pare simillimo alle orde che, le domeniche d’ingresso gratuito, invadono i musei allo scopo di farsi il “selfie” di fronte a Tiziano.

Il prezioso scritto vale da introduzione a un volume, Ars Nova (Castelvecchi, pp.280, euro 29), nel quale ventuno compositori rispondono ad alcuni sagaci quesiti posti dalla musicologa intorno al loro metodo poetico e al rapporto col Classico. Non tutti li conosco; mi ha sorpreso che, a fianco di molti di alto livello, ve ne siano almeno due davvero scadenti. Non li nomino: ma constato che i concetti, a dir così, espressi, e il modo espressivo, sono perfettamente consoni alla loro scadente, sempre a dir così, opera. Presso tutti i buoni, che sovente non consonano fra loro ma sono comunque interessanti, trovo la deplorazione verso l’intolleranza e il fanatismo dell’Avanguardia anni Cinquanta, che si sposava col predominio culturale del Pci. Mi ha molto interessato leggere Lorenzo Ferrero e, da lui diverso, Marco Stroppa, compositori originali e coraggiosi; le cose più lucide e più profonde le trovo presso i tre che a me paiono, dopo Ennio Morricone, i migliori Autori italiani viventi: in ordine alfabetico, Alessandro Cusatelli, Mario Scappucci (finissimo analista, inoltre) e Giampaolo Testoni, il quale s’afferma meno del giusto anche per il riserbo del carattere e la squisitezza dei modi.

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