Il Fatto Quotidiano”, 20. VI. 2017

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Ovidio è il più grandioso cantore del mito che la poesia abbia: cantore, ricreatore, r indagatore della sua essenza e struttura. Il suo Dioscuro è Gabriele Dì’Annunzio. Peligno il primo, fra peligno e marrucino il secondo: e sono i due più alti doni fatti all’arte dagli Abruzzi. All’arte e al pensiero, ché se Ovidio è un vero poeta-filosofo, D’Annunzio è forse il più grande intellettuale europeo dei primi quarant’anni del Novecento. Noi italiani non siamo degni dell’uno come dell’altro, per la pigra consuetudine di equivocarli e sottovalutarli, considerandoli meri coloristi e – quasi fosse un limite – cultori della musicalità ritmica e verbale. Questo bimillenario di Ovidio lo stiamo buttando via: siamo stati solo capaci di celebrarlo con un convegno di filologi classici. Premessa doverosa: ma Ovidio è il poeta che ha più influenzato l’arte figurativa e la musica – oltre che la poesia stessa. Quella italiana principia con Dante e Petrarca: e cosa sarebbero essi senza di lui

Il mio il nesso con lui s’è rafforzato proprio quest’anno, non solo per l’anniversario ma anche per il libro che ho appena finito, nel quale egli occupa un luogo notevole; onde la sua immagine va entro di me approfondendosi insieme e precisandosi. Ho scritto che noi abbiamo tre Ovidî: quello tra disperato e nostalgico della relegazione scitica; quello grandioso delle Metamorfosi e dei Fasti; e quello che canta l’eros nel modo felice, impudico e sovente ambiguo degli Amori, dell’Arte di amare e delle Eroidi. Incomincio a comprendere che il terzo, primo nell’ordine cronologico, non viene superato dagli altri due né i due gli si contrappongono. Muta la tematica, la tessitura e la personalità di chi tesse sono le medesime. Anche nella poesia erotica Ovidio pare avere quale tema sotteso che l’esistenza, dell’uomo, degli Dei e del cosmo, si basa sull’incertezza: non solo la perpetua mutazione è la legge della realtà, ma la realtà stessa è così incerta da essere, al fondo, inconoscibile: e forse da non posseder essa stessa un autentico statuto di realtà. L’immoralità di Ovidio di fronte agl’ideali di restaurazione religiosa che Augusto tentò di attuare è questa, che si cela sotto l’osteso amore per la libertà erotica. E tale immoralità percorre Le metamorfosi e I Fasti allo stesso modo. Ottaviano imperatore non si lasciò ingannare dalla celebrazione di Cesare e sua quali divinità nel Quindicesimo Libro del grande poema; e fu con Ovidio spietato. Aveva ragioni politiche: Ovidio è essenzialmente un antipolitico, non un impolitico.

Queste riflessioni, e tante altre, e moltissimo godimento di lettore, debbo all’ultimo libro di Nicola Gardini, Con Ovidio. La felicità di leggere un classico (Garzanti, 2017, pp. 188, euro 15). Di questo scrittore, appassionato difensore del latino, Con Ovidio mi pare il libro più bello. Gardini accoglie il lettore in modo piano e conversevole; poi lo circuisce in un discorso complesso e originale che piace anche per l’esser organizzato tematicamente e non siccome narrazione cronologica, a mo’ di manuale. I passi poetici sono solo in italiano, e le traduzioni dell’autore sono piene di musica e sottigliezza.