Il Fatto Quotidiano”, 7. VI. 2017

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Ancor l’immagine corrente di Bach è di un artigiano che compone in umiltà a maggior gloria di Dio. La sua musica mostra il contrario. Mostra la consapevolezza del Maestro d’essere il più grande genio della musica fin lì vissuto; e forse pure quella che pochi altri lo avrebbero raggiunto, nessuno superato. E mostra una violenta, a tratti smisurata, volontà di potenza. Di questa volontà di potenza due opere sono il culmine: quelle con le quali Bach dichiara di esser non solo il vertice compositivo, sì anche quello dottrinario, della sua arte. La prima venne da lui pubblicata nel 1747, dunque verso la fine della vita, ed è dedicata a Federico II: continua a esser citata col titolo errato di Offerta musicale, quando invece il significato di Opfer è sacrificio. L’altra venne edita postuma ma la possediamo in un fondamentale manoscritto berlinese: L’Arte della Fuga. Con esse, Bach dichiara d’essere anche il più grande teorico musicale mai vissuto; e la dichiarazione risponde al vero. Sia la prima che la seconda sono trattati teorici dedicati alla parte più alta della speculazione musicale, il contrappunto. Dunque, sono opere di musica scientia. Ma sono costituite di pezzi musicali che sintetizzano ed esemplificano il pensiero. Questi pezzi, nella loro perfezione astrale, sono fra le cose più belle che l’arte abbia prodotte.

De L’Arte della Fuga esce ora una nuova incisione discografica di così alto valore che segna un punto di svolta nell’interpretazione bachiana. Chi la dirige, Hans-Eberhard Dentler, è insieme violoncellista, direttore d’orchestra e matematico; e latinista e grecista. Alle due opere di Bach or citate ha dedicato un volume ciascuna, nel 2004 e 2008, tradotti anche in italiano: un’indagine rivelatrice di segreti d’una scienza in gran parte esoterica. E per comprendere l’incisione della quale parlo, conviene partire dalla copertina del cofanetto. Per lo più i dischi dedicati a Bach recano crocifissi gotici; se va bene, si sceglie un Grünewald: quasi che il Maestro non fosse un esponente del Barocco musicale e la sua cultura non si affondasse nel mondo classico. Il Dentler elegge un particolare d’un dipinto che può considerarsi l’equivalente de L’Arte della Fuga: per sommo valore e profondità di sfondo culturale, oltre che dottrina esoterica. È la figura di Pitagora nella Scuola d’Atene di Raffaello; un discepolo regge una lavagna sulla quale vediamo la tetraktys, il principio in base al quale s’interpreta l’universo e insieme si fondano la scienza acustica e l’armonia musicale: la serie dei primi quattro numeri, la somma dei quali produce il 10.

Or il Dentler ha dimostrato nel suo libro che L’Arte della Fuga s’ispira alla dottrina pitagorica, ch’è un trattato matematico e che il numero 4 è fondamentale per comprenderne il senso. Di più: l’opera va inserita nella concezione di Pitagora, documentata da Platone e Cicerone, che la musica dell’uomo non è che una eco imperfetta di quella prodotta dalle Sfere dell’universo; e sempre il Numero ne è legge. Col suo capolavoro, Bach ha voluto creare anche l’immagine sensibile il più possibile vicina dell’inaudibile musica dei pianeti.

L’esecuzione de L’Arte della Fuga diretta dal Dentler (etichetta “OEHMS classics”) s’ispira a tale aspirazione dell’Autore, da pochi compresa. Con lui suonano quattro strumentisti italiani costituitisi in complesso denominato L’Arte della Fuga, che ha eseguito l’opera per il mondo e, a Roma, alla presenza di Benedetto XVI; l’arduità concettuale si sposa a una bellezza di suono or disincarnato or carnalissimo che avrebbe incantato il sanguigno Bach.

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