Il Fatto Quotidiano”, 4. V. 2017

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Virgilio studiò retorica a Cremona e subito dopo venne a Napoli per apprendere la filosofia. Partenope era allora un centro di filosofia epicurea; è probabile che colui che trasformò Epicuro in somma poesia, Lucrezio, anch’egli a Napoli si sia formato se napoletano addirittura non fosse. A Napoli, da lui chiamata dolce, Virgilio visse nella villa posillipina ed è sepolto, pur se morisse per caso nel Salento di ritorno dalla Grecia. Dunque i due più grandi poeti filosofici mai vissuti alla città nata da una sirena sono strettamente legati. Virgilio è poeta filosofico giacché Le Georgiche non possono esser ristrette nell’ambito della poesia didascalica. Sono un poema sull’universo narrato secondo la vita degli animali e delle piante. E sebbene Virgilio venga ritenuto un aderente alla filosofia stoica, il suo considerar unica l’origine delle cose e percorsa la natura da un principio che s’identifica con la divinità immanente deve far considerarlo epicureo come il fraterno amico Orazio. Lucrezio è tra le prime sue fonti, seppur non sia direttamente citato. Più coraggiosamente lo dichiara sublime e immortale Ovidio, e forse anche questo va messo nel conto dei motivi che spinsero Augusto a espellerlo da Roma. Per aver affermato che la natura s’identifica con Dio Giordano Bruno venne mandato al rogo; ma forse l’inane tentativo di Ottaviano di riportare la società alla religione tradizionale indusse Virgilio a tacere di Lucrezio. Così la poesia delle Georgiche è per lo più considerata ideologica nell’elogio dell’agricoltura secondo “l’ideologia del principato”; e a volte se ne trascura l’essenza filosofica.

Fra le meraviglie napoletane è la cittadella, un tempo monastica, oggi universitaria, di Suor Orsola Benincasa: un collinare giardino pensile terrazzato dal quale contempli il golfo e che si congiunge con le pendici della Certosa di San Martino. Lì è stata presentata una nuova edizione delle Georgiche pubblicata da “Il Cigno” di Roma: 377 pagine, costa 80 euro. I versi sono nella traduzione di Clemente Donnino Luigi Bondi (1742-1821), forse ancor più bella di quella del faentino Dionigi Strocchi, caro a Carducci. La particolarità del volume, che lo rende prezioso, sono le illustrazioni. È ornato da una collezione di fotografie in bianco e nero, ciascuna poi associata a una silloge di versi, di Ortensio Zecchino. Quest’uomo di cultura oggi ritiratosi dalla politica è un fotografo pudico e geniale. Ritrae una civiltà contadina, una terra degli ultimi, quasi scomparsa. Vecchi e vecchie dell’Irpinia, il volto e le mani segnati dalla fatica e dalla rassegnazione. Opere di dissodamento della zolla, semina, potatura. Paesaggi agresti, marini (Capri e Anacapri) e fluviali: il Mincio, la prima acqua che Virgilio vedesse, ove trovi anse e giri incantati. E gli animali. Le foto di animali scattate da Ortensio sono pur esse poesia filosofica. Il nido coi corvi implumi, il becco aperto nell’attesa che cali da quello della madre. I pulcini che col becco frangono la scorza dell’uovo, per uscire alla vita. Il cavallino appena nato, che tenta di mettersi in piedi. La scrofa che allatta. Un vecchio cane presso un focolare spento. Un gatto arrampicato su di un ulivo. Un gregge che sorte da una torre normanna. Una cicogna nera coi piccoli. La saggezza dello sguardo d’un barbagianni. Un’aia ove contempli ancora galline, un tacchino, due pastori maremmani, prima che l’agricoltura s’industrializzasse. In copertina e all’interno il più vecchio ulivo del mondo, 3250 anni.

Inutile protestare sempre contro il fato e il progresso. Ma le immagini di Zecchino, così sapientemente congiunte ai versi delle Georgiche, parlano di una vita nella quale l’uomo viveva nella Natura secondo i suoi ritmi; e il mistero della Natura è il primo oggetto della poesia filosofica di Virgilio.

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