Pubblicato su "Il Fatto Quotidiano"

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In questi giorni qualche altro, fuor di me, s’è accorto di un Grande Vecchio della direzione d’orchestra: Nello Santi. L’ottantaquattrenne maestro nativo di Adria e naturalizzato cittadino del cantone di Zurigo è tornato al San Carlo di Napoli dirigendovi una Traviata, dopo una strepitosa Lucia di Donizetti e un Andrea Chénier di Giordano, l’anno scorso, pure di altissima qualità. Quando Santi è sul podio i cantanti sono aiutati e riescono, come che sia, a dare il meglio di sé o anche quel che in sé non posseggono. Così è il caso di un modestissimo baritono, Giorgio Meoni; di Maria Grazia Schiavo, ottimo soprano leggero, che incongruamente ha voluto affrontare un ruolo di soprano drammatico di coloratura pel quale non è pronta, se mai lo sarà. In questa Traviata cantava però un vero angelo, il tenore Ismael Jordi, nato nel 1973, allievo del grandissimo Alfredo Kraus. Egli possiede la bellezza della grana, la musicalità, l’intelligenza, il fraseggio: ed è l’unico tenore attuale che riesca a cantare piano. Io lo vedo interprete ideale dei ruoli consacrati alla sua voce nella Sonnambula e nei Puritani di Bellini, ma pure nei Martyrs, nella Favorita e nella Maria di Rohan di Donizetti, e nella Jérusalem di Verdi. Consigliai a Riccardo Muti di scritturarlo in luogo del mediocre Francesco Meli del quale si serve; ma questo consiglio è andato cogli altri da me espressi all’illustre concertatore. Nel celeberrimo Vagone letto di Totò, una delle prove dell’esistenza di Dio, Totò butta dalla finestra le valigie dell’onorevole Trombetta; poi le scarpe. Alla domanda dell’Onorevole: “Dove avete messo le scarpe?” il Sommo risponde “Colle valigie”. Così fu del mio consiglio: fu messo colle valigie.


   La Maria di Rohan, uno degli ultimi capolavori di Donizetti, è il ponte tematico, come diciamo noi musicisti, per passare a parlare di un altro Grande Vecchio della direzione, nato nel 1933 e mio amico del cuore: Elio Boncompagni. Di quest’Opera egli ha inciso la versione viennese (colla famosissima Edita Gruberova) in una sua edizione che riproduce la “prima” diretta dall’Autore: e quale insigne donizettiano gli si deve, oltre che l’incisione dell’Anna Bolena e della Caterina Cornaro, un’edizione del Don Sebastiano, l’estrema e più alta fatica  del Cigno di Bergamo, che a mio parere, insieme coi Martyrs, è il suo più alto risultato tragico.
   Però Elio Boncompagni è un concertatore completo come oggi ce ne sono pochi al mondo: sia di teatro musicale che di musica sinfonica. Quando era direttore artistico del San Carlo di Napoli lo vidi passare dal Crepuscolo degli Dei di Wagner all’Operetta Orfeo all’inferno di Offenbach (dopo la quale fece la passerella colla bandierina in mano: e peccato che Fellini non l’abbia visto, lo avrebbe filmato) all’Aida a La cena delle beffe di Giordano alle  Sinfonie di Beethoven e Ciaikovskij…. Nella sua lunga carriera è stato direttore stabile a Bruxelles, all’Opera di Vienna, a Stoccolma, ad Acquisgrana: e unisce alla preparazione doti di cuore e simpatia che lo fanno un sodale raro.
   Or un altro mio amico del cuore, il grande pianista Francesco Nicolosi, direttore artistico di uno dei più bei teatri del mondo, il Massimo Bellini di Catania – l’acustica del quale è un miracolo -  ha invitato Boncompagni a dirigere il concerto inaugurale della stagione sinfonica. Ho visto provare la Quinta Sinfonia di Mahler al direttore nato a Firenze con un’energia (da ragazzino), una dottrina, una musicalità, straordinarie: ma anche con una conoscenza delle insidie pratiche e un pratico senso che andava direttamente allo scopo. Chi, come lui, sa, non perde neanche un minuto. L’orchestra catanese, di eccellente qualità, che conosceva Boncompagni solo di fama, se n’è innamorata; e mi piace raccontare, in ordine a uno dei più grandi compositori viennesi (se non di nascita, di destino), quel che segue. Il concerto si apriva colla Fantasia in Do minore di Beethoven per pianoforte, coro e orchestra (che vorrei ascoltare anche nell’interpretazione di Francesco Nicolosi); solista un mostro sacro del pianoforte, il viennese Paul Badura-Skoda. L’ho visto, Badura-Skoda,  nel camerino di Boncompagni dichiarare commosso che ci voleva un italiano per tradurre Mahler in modo così autorevole e insieme autentico.