Il Fatto Quotidiano”, 4. V. 2017

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Venerdì 5 e domenica 7, alla milanese “Orchestra Verdi”, un indimenticabile concerto diretto da Giuseppe Grazioli. Ambrosiano fra i cinquanta e i sessanta, Grazioli è oggi fra i migliori direttori d’orchestra ma in Italia non ha alcuna responsabilità istituzionale: i “direttori musicali” dei teatri o sono raccomandati o hanno il sostegno di potenti agenzie. Il concerto che ho ascoltato era volto a celebrare il Novecento italiano. In questo, Grazioli ha grandi benemerenze: con l’orchestra milanese, auspice Luigi Corbani, che l’ha creata con Vladimir Delman e capeggiata fino allo scorso luglio, ha inciso quasi tutta l’opera di Nino Rota. Queste incisioni mostrano che il geniale compositore delle musiche per i films di Fellini era anche un musicista dotto e d’avanguardia, del quale il ferrigno Mysterium è fra le vette della musica sacra novecentesca. Il 5 maggio è stato il turno di Ottorino Respighi e Gino Marinuzzi.

Respighi è un poeta doctus; qui era in veste di rielaboratore di musica altrui. Un Preludio e Fuga in Re maggiore di Bach reinventa per orchestra i registri organistici. La Polacca in La maggiore di Chopin, trasposta sinfonicamente, acquisisce toni di sontuosità tra cavalleresca e barbarica che avrebbero incantato Fryderik. La Rossiniana è un incanto di raffinatezze ricavato da alcuni dei pezzi per pianoforte che il Cigno di Pesaro scrisse negli anni nei quali la nevrosi e l’autocritica gli vietarono le grandi forme teatrali e sinfoniche.

La Sinfonia in La venne composta nel 1943 a Milano sotto i bombardamenti dal più grande direttore d’orchestra del Novecento; ed è fra le più importanti Sinfonie del secolo. La grande forma classica è rivissuta con audacia di stile e una scienza dell’orchestrazione che lascia estasiati e sorpresi; e la cultura classica di Marinuzzi ne fa una meditazione sulla poesia di Virgilio e sulle categorie dell’Apollineo e del Dionisiaco nel momento che l’orrore della guerra colora di luci sinistre la potenza di Dioniso quale Dio distruttore. Già le Georgiche, al Terzo Libro, danno un quadro della terribilità della Natura; gli ultimi Libri dell’Eneide danno della guerra un’immagine mostruosa che nessun poeta ha saputa eguagliare. Poi, nella Coda della Sinfonia che segue il Ditirambo, Apollo giunge in soccorso con le luci d’una trasfigurazione: ricordo o illusione?

Quest’Opera è stata da Grazioli appena incisa per la Decca con la stessa orchestra. È accoppiata a un capolavoro del Marinuzzi ventisettenne (1909), la Suite siciliana. Tutti di essa conoscono, grazie a Fabrizio De André, il Valzer campestre, l’orchestra imitante il mandolino e la fisarmonica suonati sull’aia; ma l’ultimo brano, la Festa popolare, è una ridda di colori e di contrappunto, con sbalorditive sovrapposizioni tematiche, alla quale si possono accostare solo Petrushka (1911) di Stravinskij e le Feste romane (1926) dello stesso Respighi: prima incisione assoluta, questa. Marinuzzi fu direttore artistico della Scala dal 1932 al 1945, l’anno della morte, portandola a un prestigio pari a quello avuto dal teatro negli anni di Toscanini. Alla Scala, dopo il 1945, e nemmeno all’Accademia di Santa Cecilia, non è mai stato eseguito un pezzo di uno dei più grandi compositori del Novecento; né in sala alla Verdi c’era nessuno di questo teatro. Chissà se Riccardo Chailly, attuale successore di Marinuzzi, ha idea di chi egli sia. Potrebbe recarsi alla Fenice il 17 giugno, per ascoltare di nuovo la Sinfonia in La sotto la bacchetta di Grazioli; il quale, se invitato nel teatro milanese, alzerebbe un po’ il bassissimo livello del parco-direttori. (Come sono contento di aver abbandonato la critica musicale …. )

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