Il Fatto Quotidiano”, 15. IV. 2017

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Il 15 aprile 1967, verso le tre del pomeriggio, scendevo a via Roma dal Corso Vittorio Emanuele attraversando i vicoli dei “Quartieri”. Dai “bassi” uscivano donne in lacrime. Singhiozzavano. “È mmuorto Totò!”. E s’abbracciavano per compianto e condoglianza, come quando un genitore, un congiunto, entra nel regno donde non si torna. Di quel pianto tutta l’aria vibrava, come d’una nota musicale. In pochi minuti Napoli ne fu pervasa. Si estendeva dal Vesuvio a Posillipo ai Campi Flegrei. Appresi così, sedicenne, che il mio idolo non c’era più. Come l’avevano saputo, quelle donne? Nei “bassi”, sul comò, accanto al San Giuseppe o alla Madonna sotto la campana di vetro, c’era la radiolina a transistors dalla quale gli uomini, la domenica, seguivano la partita di calcio. E di bocca in bocca si trasmisero il lutto.

Due giorni dopo il carro contenente la bara giunse da Roma prima delle cinque. I funerali si svolsero al Carmine. Un tempo la basilica confinava colla spiaggia, l’acqua la lambiva. Posseggo un olio di Silvestr Scedrin, morto a Sorrento nel 1830, che la ritrae così. La facciata dà sulla piazza del Mercato. Lì, il 29 ottobre 1268, Corradino di Svevia e Federico d’Austria vennero decapitati per ordine di Carlo d’Angiò. Attendevano l’esecuzione giuocando a scacchi. Quindi avranno avuto la capacità di ridere. Colla sapienza dei morti, oggi sanno la natura tragica dell’arte di Totò; e hanno provato piacere che venisse loro congiunto per esequia.

Con un compagno di scuola mi ci recai. In chiesa c’erano tremila persone, in piazza centomila. Fu la prima adunanza di massa del dopoguerra. Prima, c’erano le “adunate oceaniche”. Dopo il 1945, i comizi del Partito Comunista e della Democrazia Cristiana. Ma quel giorno il popolo convenne da sé. La folla, che ondeggiava, si serrava e ci serrava, ci spaventò. Ci sentivamo soffocare e travolgere. Ebbi l’idea di entrare in uno dei moderni palazzi prospicienti il sagrato. Il portone era aperto. Bussai a un secondo piano e chiesi ospitalità. La padrona ci accolse con un sorriso della cortesia napoletana di un tempo. Il balcone era gremito: ci offrirono anche la sedia e il caffè. Dall’alto la folla pareva il mare quando soffia il libeccio. A un certo momento la cassa esce, portata a spalla, sormontata dalla sua bombetta. La infilano nel carro. Riescono a chiudere lo sportello. Il carro è assalito. Prende la fuga. La folla lo insegue. Il finale di Totò a colori si ripetette da sé.

Oggi l’orazione funebre pronunciata da Nino Taranto si può ascoltare “in rete”. Taranto era in compagnia di Dolores Palumbo, una straordinaria attrice di prosa che Totò faceva lavorare soprattutto nella rivista. Già, la rivista. Mio padre, che lo conosceva bene, diceva che chi non ha visto Totò a teatro non ha visto Totò. I “numeri” della sua comicità metafisica e surreale non sempre si adattano a una trama da seguire. Egli soleva improvvisare, e i geniali comprimarî o deuteragonisti (in gergo, impropriamente, “spalle”) erano in condizione di creare con lui. Fra teatro e cinema: Franco Coop, Ugo D’Alessio, Aldo Fabrizi, Gianni Agus, Aroldo Tieri, Luigi Pavese, Raimondo Vianello, Paolo Stoppa, Macario, Franco Scandurra, Agostino Salvietti, Pietro De Vico, Pietro Carloni, Guglielmo Inglese, Virginio Riento, Gigi Reder, Carlo Croccolo. Il compagno per eccellenza, Mario Castellani. Recitò con lui anche uno dei più grandi artisti del canto degli ultimi decenni, Mario Petri, in una delle parentesi che ogni tanto dal mondo lirico si prendeva. Clelia Matania, Vittoria Crispo, Isa Barzizza, Delia Scala, Franca Faldini, che ne fu la moglie. Chissà quanti ne dimentico. Tutti straordinarî. Sovrastava le donne Titina De Filippo. Taranto era un sommo e Peppino De Filippo un genio. I loro films restano fra i capolavori del Novecento. Due “dettature di lettera”, in Totò, Peppino e la malafemmina e in Totò, Peppino e i fuorilegge, immortalano il loro creare mentre recitano. Vedere i due insieme dà il brivido della grandezza.

Totò dalla “Cultura” era disprezzato. Che non lo comprendesse Moravia è ovvio, che non lo comprendesse Elsa Morante è un limite della grandissima scrittrice. Nella primavera del 1973, a casa di Suso Cecchi d’Amico e Lele, venni presentato a Steno, il geniale regista di tanti films. Gli dissi dell’onore che provavo a stringer la mano di un grande del cinema: mi guardò con dolente incredulità pensando che volessi sfotterlo.

Totò è la reincarnazione di un tipo italico che incontriamo già in Plauto e nella Quinta Satira di Orazio. Maschera dell’Atellana e del Fescennino, produce colle sue battute una ritmica verbale e musicale che in parte ha un senso, in parte è solo musica. Il senso è spesso osceno. Il suo fine è di instaurare l’Assurdo quale categoria interpretativa della realtà. La quale realtà è così messa di continuo in dubbio. La risata che Totò provoca è omerica e shakespeariana quanto a immensità, shakespeariana, molieriana e pirandelliana quando a sottigliezza; sempre intimamente tragica.

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