Il Fatto Quotidiano”, 26. III. 2017.

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Il mio vecchio amico Nanni Delbecchi ha scritto sul “Fatto” un ricordo sapiente e delicato del Mago Zurlì. La mia età (sono del 1950 e, a Napoli, uno dei pochi superstiti che abbiano partecipato ai funerali di Totò) mi permette di aggiungere al ritratto qualche memoria diretta, risalente già al primo Zecchino d’oro.

Sono cresciuto senza televisione. Mio padre, un tiranno che mi faceva tremare, ma generoso e intelligente, riteneva che lo strumento fosse diseducativo, sottraendo tempo alla cultura scritta. Gliene sono gratissimo. Anche grazie alla sua assenza in casa, si affermò la mia tendenza per la lettura, diventata prestissimo un vizio; e tuttora il televisore, che posseggo per i miei ospiti, da me è sempre spento. In casi eccezionali, avevo il permesso di andare da Nonna Laura il pomeriggio a guardare “La TV dei ragazzi”. La Nonna del Corsaro Nero, alcuni films pomeridiani, da I Lancieri del Bengala a Fantasia a La banda degli onesti, uno dei grandi Totò, sono fra i miei ricordi. Ma, soprattutto, lo Zecchino d’oro, incominciato nel 1959. Credo che questo spettacolo sia tra i fattori che hanno forgiato la nuova identità italiana nel dopoguerra e negli anni del “miracolo economico”. Gli italiani posseggono una naturale tendenza per la melodia, che gli anni del rap stanno sradicando: quando ero bambino, ancora i muratori cantavano sulle impalcature e la mia città era percorsa dai gridi dei venditori ambulanti; ma erano, gli italiani, e vieppiù sono, ineducati alla musica. La musica non è considerata parte della cultura, solo un cosiddetto “spettacolo dal vivo”, e non gode della tutela che va, o meglio andava, ai musei e ai monumenti. Lo Zecchino d’oro è stato il primo tentativo, che forse non si proponeva questo fine, di educare alla musica i bambini italiani. E ne sono passati in congerie, intonati, musicali, ritmici.

Ricordo decine di canzoni una più carina dell’altra. Ricordo il coro diretto da una grande musicista, Mariele Ventre, che preparava i piccoli concorrenti all’esibizione: essi non avevano alcuna timidezza: è stata avanzata per lei alla Chiesa istanza di beatificazione, e credo la meriti davvero. Al centro, Cino Tortorella, il geniale Mago. Bello, giovane, desiderabile. Riempiva il palcoscenico e trattava i bimbi con una delicatezza e una naturalezza che oggi, a rivedere gli spezzoni delle trasmissioni, addirittura commuovono. Paternamente e insieme da pari a pari. Nel suo lavoro di Mago l’improvvisazione doveva prevalere sulla preparazione per la natura dei suoi piccoli ospiti e deuteragonisti. Aveva una capacità davvero magica di portare i bambini a dare il meglio. Il Topo Gigio che gli faceva da “spalla” era solo in parte uno di quegli animali antropomorfi ottimisti creati dagli adulti di cattiva coscienza per educare i bambini ai valori della società: un tanto di surrealismo lo rendeva incontrollabile. E il Richetto del grande Peppino Mazzullo, parimenti surrealista, non era un banale Franti additato ai bambini quale modello negativo.

La combinazione imponderabile di questi fattori faceva dello Zecchino d’oro un miracolo di naturalezza e cultura che ha inciso sugli italiani assai più che non sembri. Siamo cambiati davvero in peggio. Poi Cino Tortorella, forse inconscio della sua statura, s’è sentito prigioniero del personaggio: aveva frequentato una grande scuola teatrale, ma se avesse interpretato Pirandello e Beckett non avrebbe, credo, aggiunto nulla alla sua essenza. Quando lo conobbi, negli anni Settanta, scoprii un uomo fine e ironico. Dei figli, il mio amico Davide, avuto il suo successo come ideatore di quiz televisivi, vive ora pur egli senza televisore e si dedica al latino, al greco, alla filosofia. Altra magia di Zurlì.

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