Il Fatto Quotidiano”, 22. III. 2017.

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Verdi ha scritto tre Opere direttamente in francese per l’Opéra di Parigi, più altre tre versioni in francese di anteriori drammi musicali attentamente da lui preparate: fanno sei Opere in tutto, e fra queste si contano tre capolavori assoluti come Les Vêpres siciliennes, il Macbeth (seconda versione) e il Don Carlos. La letteratura verdiana è ancora in gran parte impreparata al tema, che viene risolto in modo casuale e impari. Il rapporto tra parola e musica, in Verdi stretto come non mai, si colora in modo affatto particolare quando il Maestro affronta la lingua francese. Ne dà una declamazione così impareggiabile che, nell’Ottocento, il solo Berlioz può essergli accostato. Ma il ductus melodico, la stessa invenzione, sono diversi e con rare sfumature di delicatezza. Per comprendere davvero il Don Carlos occorre ascoltarlo in francese, sebbene la scadente traduzione italiana sia dall’Autore approvata.

Ma la prima Opera francese di Verdi è dei suoi trentaquattro anni: la Jérusalem. Essa è avvolta dall’ignoranza e dall’incomprensione. La si considera un’operazione commerciale per il fatto ch’è un adattamento di un’Opera precedente, I Lombardi alla prima Crociata. E si dimentica che sia Rossini che Donizetti, nel precedere Verdi esordiendo all’Opéra, vollero, prima di creare nuovi testi, riscrivere Opere italiane del valore delle quali fossero sicuri. Già i meravigliosi Lombardi sono trattati come dramma musicale grossolano e caotico. Poi: non si comprende che, nell’adattare le vecchie pagine al nuovo contesto, Verdi le modifica con tocchi raffinatissimi, né che l’insieme stesso, così diverso, attribuisce a ognuna nuova fisionomia. Verdi impiegò più arte e fatica a rifare I Lombardi che se avesse scritto un’Opera nuova. E le parti aggiunte, che contengono alcune fra le più belle pagine dell’Autore, attribuiscono alla Jérusalem lo stato di Opera autonoma. Questo capolavoro tocca con infinita amarezza un tema che per il Maestro è assai più importante dell’amore: l’onore vilipeso da parte di una tirannia, quella della Chiesa, animata da cupa volontà di potenza; non senza tacere le stragi dei crociati.

La Jérusalem fatica a entrare in repertorio. Ne ricordo alcune belle edizioni, la prima delle quali promossa a Genova da Alessio Vlad, il suo primo vindice, diretta da Michel Plasson, e l’ultima, allestita nel 2013 dal piccolo teatro di Fidenza. La migliore di tutte l’ho ascoltata a Liegi all’ “Opéra Royale de Wallonie”, il soprintendente della quale, Stefano Mazzonis, ha trovato nelle Fiandre quello spazio che l’Italia non ha saputo offrirgli. La migliore per la bellezza dell’allestimento, con la regia dello stesso Mazzonis, fedelissima al dettato, con scene di Jean-Guy Lecat e costumi di Fernand Ruiz: e per vedere rispettato Verdi son dovuto andare fin laggiù …. Poi, perché forse per la prima volta l’esecuzione è stata integrale, ivi compresi i Balletti: i primi scritti da Verdi: e non si comprende che pur essi fanno parte del piano drammatico e non sono “prostituzione musicale” come si legge nei libri dei macellai verdiani: belle coreografie di Gianni Santucci. Un tenore verdiano “alla francese”, Marc Laho, ne è il protagonista, insieme con un promettente soprano drammatico di agilità, Elaine Alvarez; e ricordo ancora gli ottimi Ivan Thirion e Pietro Picone, col veterano Roberto Scandiuzzi.

Oggi le donne salgono sul podio: sono di moda, ed è invalsa l’insopportabile retorica femminista di lodarle in quanto donne. Speranza Scappucci, che ha diretto la Jérusalem, rischia d’esser confusa nel mucchio. È un’artista preparata e sensibile che mostra talento tecnico, consapevolezza di ciò che studia e profonda sensibilità musicale. Tiene alto all’estero il nome italiano.

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