Pubblicato su "Il Fatto Quotidiano"

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Fanno trent’anni dalla morte di Nino Taranto, nato nel 1907. Oggi della Rivista si è persa anche la memoria: mio padre mi diceva che chi non lo avesse visto a teatro non poteva sapere chi fosse Totò, ossia uno dei sommi attori di ogni tempo. Taranto fu uno dei più grandi protagonisti della Rivista del Novecento sin dal suo esordio nel 1933; ma di lui ci si ricorda perché, vivo com’è anche presso i ragazzini il culto di Totò, la sua  partecipazione ad alcuni dei più grandi films del Principe lo rende immortale. Tutti pensano a Tototruffa;  rammemoro un capolavoro assoluto, sempre con regia di Steno (che ebbi l’onore di conoscere): Totò contro i Quattro. Recitano Peppino De Filippo, Aldo Fabrizi e Macario: un almanacco di Gotha: Nino Taranto vi  crea l’ispettore  Mastrillo e, come facciamo noi napoletani, satireggia l’accento pugliese, giungendo  a riesumare l’arcaico jè ( da ego) per “io”.
Taranto era anche un grandissimo attore di prosa. Comico, e tragico.  Il mio esordio fuor  della pubblicistica musicale fu  negli anni Settanta con una comedia sua interpretata da lui. Ma  ragazzino  l’avevo visto mettere in scena un titolo di Raffaele Viviani del 1928, Morte di Carnevale, che viene ascritto al genere della Commedia essendo in realtà, come sempre in Viviani, uno di quei Drammi espressionisti  nei quali si ricomprende la vita stessa in quanto tale. Accanto a lui, che impersonava Pasquale Capozzi detto Carnevale, Luisa Conte, Gennarino Palumbo, Gennaro Di Napoli, Pietro Carloni, Dolores Palumbo, Nuccia Fumo:  ancora un  Gotha, ma  napoletano.


Luisa Conte era un altro genio teatrale. Insieme col marito Nino Veglia, attore e regista,  ella rilevò il Teatro Sannazaro a via Chiaja, già glorioso e ridottosi a cinematografo nei palchi del quale si consumavano incontri non  furtivi tra ricchioni e marchettisti. Il Sannazaro fu l’ultima casa teatrale di Nino; e lì con Luisa Conte, oltre a commedie leggere (indimenticabile Arezzo 29: sigla taxistica: ma a Napoli il sol nominare questo numero suscita il riso, rappresentando esso nella Smorfia il cazzo), reinterpretò Drammi di Viviani e Morte di Carnevale. Testo che torna (la “prima” è stata domenica con estatico successo; e si replica fino a dicembre) nel medesimo teatro. Lara Sansone, della quale Luisa Conte era la nonna, gestisce ora l’illustre luogo: due anni fa allestì (ha ereditato il talento della vavella, come noi vezzeggiando denominiamo l’ava) La festa di Montevergine, altro Dramma corale di Viviani. Lo gestisce con scarsissimi contributi pubblici: pochissimo dalla Regione, nulla dal Ministero dei Beni Culturali: eppure la tradizione del teatro napoletano si coltiva principalmente al Sannazaro: e bisognerebbe che il ministro Franceschini se ne occupasse.
 Di Morte di Carnevale Lara cura la regia ed è la protagonista femminile;   negli anni ha messo in piedi una compagnia con attori tra i quaranta e i cinquanta che sono i degni eredi dei nomi gloriosi del Sannazaro: oltre quelli che ho nominati, il sommo Ugo D’Alessio, Enzo Cannavale, Pietro De Vico, Enzo Turco…. Gli attuali sono Lucio Pierri, un talento comico irresistibile, Matteo Salsano, Ciro Capano, Ettore Massa, il giovanissimo Giosiano Felago, Patrizia Capuano, Rosaria Russo, e altri. Ma il ruolo di Carnevale, che fu di Taranto, è affidato a Tullio Del Matto: una vera gloria teatrale, grande Pulcinella, che affiancò sia Taranto che Luisa Conte: egli è un maestro nel far rilucere la sostanza tragica di tra il comico.
   Carnevale è un usuraio: crudele, rapace: vive in un basso e ha un patrimonio di quattrocentomila lire-oro. Passa la giornata  a fare i conti: e il Dramma lo raffigura in fin di vita. La moglie gli dice di mettersi a letto e lui risponde: “Ah! Afforza vo’ fa’ vede’ ca sto murenno! ‘A ggente ‘mpontano ‘e pagamente…. E nun pigliammo manco nu soldo cchiù!” (“Ah! A forza vuoi ostentare che sto morendo! Così la gente sospende i pagamenti…. E non pigliamo più nemmeno un soldo!”). Credo che in questa battuta ci sia tutta l’infamia dell’essere umano. E non basta. Voglio solo ricordare la scena nella quale due becchini rivali si accapigliano davanti al morto,  che morto non è ancora ma vivo, chiamati per sfregio a lui: qualcosa alla quale si assiste ancora quotidianamente negli ospedali romani e napoletani (almeno). Si può comprender perché a proposito di Raffaele Viviani – vero interprete dell’anima napoletana, assai più del piccolo-borghese Eduardo De Filippo – io dica di Espressionismo. Questa scena potrebbe stare nel Wozzeck di Alban Berg: che venne creato sei e rappresentano due anni prima di Morte di Carnevale.