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 Il Fatto Quotidiano, 15 XI 2018

 

   Fanno ventott’anni che Leonard Bernstein ci ha lasciato, e cento da che era nato. Riesco a ricordarlo solo giovane, scattante, elegante sebbene nuovayorchese , e con un suo straordinario fascino sexy un po’ da rettile, un po’ da felino, accentuato dalle ombre dello sguardo. Invecchiò precocemente e male. Il troppo whisky gli aveva fatto crescere un ventre gargantuesco che rendeva penosi i balletti sul podio, ridicoli anche durante la giovinezza. Infatti, quando dirigeva, era tutto un ammiccare, un volgersi, un danzare, uno sculettare. E ciò era perfettamente consono allo stile rapsodico e irrazionale delle sue interpretazioni. Quando dirigeva la musica propria, e anche alcuni del Novecento, come Stravinskij, era grande: sebbene il Maestro russo, cultore del rigore, non potesse amarlo. Ma in Haydn, Beethoven, Brahms, Bizet, Ciaikovskij, ogni giorno andava come andava; e quasi sempre malissimo. Non parliamo di Verdi e Puccini. Una delle sue ultime apparizioni fu un’imbarazzante Bohème all’Accademia di Santa Cecilia: era giunto impreparato, teneva la testa nella partitura per tema di perdersi. L’Europa l’ha rovinato più degli Stati Uniti: l’Europa nella quale gli facevano credere che fosse più grande di Karajan: ed egli, per un periodo, se l’è bevuta. Nel suo paese, certo, fece una bruttissima azione: Dimitri Mitropoulos, uno dei sommi direttori di tutti i tempi, lesse sul giornale di essere stato licenziato dalla Filarmonica di New York, a favore del giovane arrampicatore. “Lennie” avrebbe fatto carriera pur senza macchiarsene.

   Era impastato di musica, era un musicista di alta sfera.  Per questo ho spiegato il suo punto debole: l’esaltazione acritica impedisce di cernere quello che lo rende immortale. Non ricorderò il pianista di talento, non ricorderò quanto abbia servito alla diffusione della cultura musicale con trasmissioni televisive in apparenza facili, in realtà profonde. Bernstein è stato un grandissimo compositore. E il compositore ha poco in comune con il direttore. Estroso, brillante, a volte snob, a volte pieno di pathos che gli veniva dallo straordinario dono melodico del quale era dotato: ma sempre con arte profonda, tecnica impeccabile, tanto maggiori quanto meno ostese.

   La sua produzione si divide in due categorie. Le opere, dirò così, “ufficiali”: le Sinfonie, la Messa, i Salmi. Produzione di compositore provetto, un po’ accademico: quasi ch’egli sentisse il bisogno di essere consacrato dall’accademia. E il resto: da West Side Story, uno dei più bei musicals mai scritti, al Candide, ai vari pezzi nei quali contamina con assoluta felicità stilistica il jazz con la composizione tradizionale. Qui ha una libertà, un estro, un’ispirazione, meravigliosi, che fanno tutt’uno con la sua libertà dalla moda e dalla cosiddetta “Avanguardia”. Anche questa contaminazione non l’ha inventata lui: prima, e con risultati supremi, l’hanno praticata Ravel, Debussy, De Sabata, Gershwin, Porter. “Lennie” ha aggiunto una sua parola a questa linea stilistica tra le più feconde del Novecento, degna dei suoi predecessori: anche se di genî come Gershwin ne nasce uno al secolo. I più grandi compositori americani del Novecento, Gershwin, Porter, Copland e Bernstein, sono omosessuali: pur se il primo, data l’epoca, non manifestasse pubblicamente la sua natura. E “Lennie”, ottimo marito e padre, omosessuale era in modo prorompente. Per un periodo della sua vita combinò questo con un impegno antirazzista, di sinistra generica e salottiera, se la faceva con le Black Panthers, tirava cocaina e chissà che altro, beveva. Era una manifestazione della sua gioia di vivere. Ricordo che un anno (si era nei Settanta) al festival di Salisburgo, dove dirigeva e assisteva ai concerti degli altri, prese una suite matrimoniale nel più lussuoso albergo collinare con Justus Frantz, un biondo, efebico e, musicalmente, assai poco dotato pianista tedesco. Aveva sfasciato il ménage di costui con Cristoph Eschenbach, idem. Ménage artistico ed erotico. Eschenbach aveva una testa con un’esiguissima schiera di capelli, rari nantes in gurgite vasto. Prima dei concerti perdeva ore, in camerino, ad attaccarseli con lacca, bigodini, forcine. Attualmente è rapato, ma senza incremento artistico.  Adesso questi due arrancano facendo, ognuno per sé (Frantz è ossigenatissimo …), i direttori d’orchestra, come tutti i pianisti finiti: loro non erano nemmeno incominciati. Di Bernstein, ch’era una caricatura di Fritz Reiner, sono a loro volta una caricatura. Il genio di “Lennie” rifulge tra gli astri.

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 Libero, 14. XI. 2018

 

Certo non cadrò nel cattivo gusto di recensire su “Libero” l’ultimo libro del direttore di “Libero”, Il borghese. L’ho presentato insieme con Vittorio Feltri nella Sala degli Angeli di quel paradiso napoletano ch’è l’Università Suor Orsola Benincasa, un immenso giardino pensile che collega la mezza costa con l’altura di Castel Sant’Elmo; e nel corso della presentazione ci davamo qualche gomitata, e facevamo anche battute a (non sempre) mezza bocca sui tromboni che invece di illustrare il libro panegiricizzavano se stessi. Come quasi ogni volta. Il più succinto e lucido è stato Ciriaco De Mita.

   Ma voglio parlare di una grave omissione che, in una sintetica galleria di ritratti e ricordi, Feltri fa. Omette per generosità d’animo e per ispirarsi all’imperativo parce sepulto. Non condivido tale generosità né ritengo che a questo sepultus si debba parcere: il tacere significa impedire a chi non sa né può sapere, perché nessuno glielo insegna, qualcosa che va conosciuto come esempio di viltà e bassezza.

   Incominciamo dalla parte comica. Franco Di Bella, il grande direttore del “Corriere della Sera” che aveva valorizzato Vittorio e assunto me, venne fatto fuori col pretesto dello scandalo della P2: Di Bella, nella sua ingenuità, si era iscritto perché gliela aveva chiesto l’amministratore di allora, Tassan Din, il quale aveva, egli sì, torbidi legami col Banco Ambrosiano di Calvi e chi sa con chi altri. Lo stesso Angelo Rizzoli, che poi venne arrestato e pagò per tutti, era un ostaggio nelle sue mani. Venne nominato allora direttore Alberto Cavallari. La modalità e la procedura della nomina di costui, che illustro più avanti, furono scandalose. Ma rientravano in un dominio assoluto che il Pci e i “Salotti” milanesi avevano nel 1980 del mondo della cultura e dell’informazione, paralizzata la DC dai postumi dell’assassinio di Moro e dal “compromesso storico”. Ora, i due presunti fascisti –  Vittorio ha benissimo detto, non esser egli antifascista solo perché il fascismo non c'è più;  e mi associo – appartenevano alla immensa falange – dodici persone in tutto – che, o per essere, come noi, vicine al Partito Socialista, o per decenza professionale, si schierarono contro la nomina nella votazione di gradimento, Non c’era bisogno che il notaio sopraintendente alla votazione segreta, fiancheggiatore dell’organismo sindacale manovrato dal Pci, spifferasse a Cavallari i nomi dei dissenzienti: lo avevamo dichiarato subito noi stessi.

   Cavallari era un alcoolizzato dalla sbornia triste; era, soprattutto, affetto da odium humani generis. Incominciò a perseguitare i dissenzienti, nonché poi molti altri che non manifestavano verso di lui cupiditas serviendi, quella “cupidigia di servilismo” dell’inarrivabile espressione di Tacito. Sospese la pubblicazione dei miei articoli, seviziò Vittorio. Venimmo confinati in una stanza senza finestre al pian terreno, la superficie della quale corrispondeva a quella della nostra scrivania (una in due), più venti centimetri per consentirci di strisciare verso la porta. Ogni volta che quello seduto nella parte interna della nicchia funebre - ci scambiavamo cavallerescamente il posto - doveva (exempli gratia) andare a pisciare, una cerimonia retta da etichetta Ancien-Régime aveva inizio. “Vittorio, ti chiedo scusa, ti dispiacerebbe alzarti e uscire affinché io possa arrivare alla porta?” E viceversa.

   Dalla parte comica entro nel registro tragico. Fine della traversata del deserto.  Piero Ostellino, scomparso quest’anno, divenne direttore del “Corriere” nel 1984. Il secondo giorno della sua direzione, pubblicò un articolo di fondo di Giuliano Zincone. Quest’altro grande giornalista e grande amico era stato dal “Corriere” prestato al quotidiano genovese “Il Lavoro”, che stava a cuore a Sandro Pertini. Nel 1980 le Brigate Rosse avevano rapito un magistrato e, per rilasciarlo, richiesero che i giornali pubblicassero un loro comunicato. Il Pci continuava a dettare la “linea della fermezza”: nata col rapimento di Moro, più da necessità politiche interne ed esterne del Partito Comunista che da un’ampia visione di politica nazionale. Tutti vi si attennero, salvo Zincone, il quale contribuì a salvare la vita del giudice D’Urso. Ben sapeva che avrebbe perduto il posto; ma aveva il diritto, garantitogli dalla legge, di riprendere il lavoro a via Solferino, ove era restato un dipendente quale inviato e fondista. Non gli venne consentito da Cavallari, ripeto, sotto tutela del Pci e dei “Salotti” milanesi, i quali a volte facevano da raccordo fra il partito e tutto il mondo collocato alla sua sinistra. Tre anni di morte civile per Giuliano …

   Cavallari, ripeto, era subentrato a Franco Di Bella: ma in un modo umiliante ancor più per la carica che per lui. Il Pci aveva imposto che il candidato direttore si facesse rilasciare un preventivo “certificato di antifascismo” da personalità esterne del mondo politico e a lui gradite. Condizione rifiutata con sdegno da un giornalista dotato di altissima e diversa statura come Alberto Ronchey, e che suscitò del pari lo sdegno di Enzo Biagi. Della persecuzione di Cavallari Zincone fu la prima vittima; Ostellino la più illustre. Ostellino, pure al quale venne impedito di scrivere, era in prima linea perché, da corrispondente a Mosca e a Pechino, aveva narrato l’orrore burocratico, oltre che la tirannia, del comunismo; e le terribili condizioni della vita quotidiana sotto i due regimi. Nella sua capacità di obbiettivo narratore del comunismo, il mite e cortese Piero si è conquistato nella storia un posto non inferiore a quello di Arthur Koestler, perseguitato parimenti dai nazisti e dagli stalinisti; oltre che dai fiancheggiatori europei.

   Cavallari non riuscì a licenziare nessuno dei perseguitati: erano troppi e aveva sparato a tutti insieme invece che scientificamente, uno alla volta. Egli viveva asserragliato in direzione e nei contigui ristoranti, la bottiglia di whisky accanto al piatto, sempre preda del sospetto, del delirio di persecuzione.

   Il discorso di insediamento di Ostellino andrebbe ripubblicato, essendo un modello di buona cultura istituzionale e della libertà. Subito dopo averlo pronunciato egli pregò Cavallari di passare nel suo studio. Questi si rifiutò; Ostellino lo raggiunse in corridoio e gli disse che, essendo il “Corriere” un club, egli era uno dei soci privilegiati, e che naturalmente lo pregava di restarvi quale fondista principe. Posseduto dal rancore, Cavallari gli girò le spalle senza nemmeno rispondere; e andò a sfogare tale rancore a casa Scalfari.

   I sopravvissuti di questa saga sono tre: Scalfari, Feltri e io. Alla presentazione napoletana del libro qualcuno indicò il fondatore di “Repubblica” come un “gran borghese”. Non è elegante citare se stessi, ma lo faccio. Risposi che costui è passato dallo stato della “meza-cazetta” calabrese a quello del plutocrate senza esser trascorso per lo stadio borghese. E beato lui: infatti non ha mai avuto dubbi né sull’italiano, né sul latino, né sulla Verità.

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Corriere del Mezzogiorno, 10 XI 2018

Caro Direttore,

                           poche righe per esprimere la mia ammirazione per l’articolo di Eduardo Cicelyn  volto a spingere Antonio Bassolino a tornare nell’agone politico napoletano con una formazione propria, distaccandosi dal Pd e, ovviamente, senza avvicinarsi a quei morti viventi che sono “Liberi ed Eguali”.

                           Eduardo è stato incisivo e geniale, e ha fatto seguito al tuo bel fondo relativo alle diciotto assoluzioni-diciotto che Bassolino ha conseguito in processi forse anche strumentalmente mossi contro di lui. Non occupo molto spazio per non ripetermi. Ho fatto l’attivista quando si trattava di tentare di far vincere le primarie e portare Bassolino candidato sindaco di Napoli contro De Magistris. Anch’io gli avevo consigliato una lista propria, ed egli continuava a credere che il Pd, del quale era stato tra i fondatori, potesse essere leale, oltre che guardare alla propria politica.  Ho scritto ripetutamente che le primarie Bassolino le ha perse (se davvero le ha perse) perché, politicamente obnubilato, Renzi preferiva che il Pd fosse sconfitto alle elezioni a Napoli con una debolissima Valeria Valente (che Bassolino s’era allevata: una delle sue colpe!) piuttosto che vincesse con un politico autorevole che gli avrebbe creato difficoltà nella sua satrapia e nella sua mania di grandezza. È andata com’è andata, Renzi s’è distrutto da solo – ed è stato, alla fine, un male per tutti – e noi ci troviamo il falso Masaniello e vero demagogo a sindaco. C’è ancora qualche speranza per le prossime elezioni comunali? Cicelyn ce la suggerisce. Prenderlo in giro, come è stato fatto ieri con un’incongrua lettera, non serve a nulla. Dobbiamo incominciare a ridiscutere di politica; Bassolino e De Luca, che sono i due nostri politici di livello, debbono superare le incomprensioni che si sostiene abbiano e cooperare per salvare il salvabile: ch’è poco, pochissimo. A Napoli nel quarto mondo ci siamo già; ma il precipizio può esser senza fine.

Paolo Isotta

Libero, 4 XI 2018

Rossini, del quale ricorre il centocinquantenario della morte – e ne parleremo -trascorse a Napoli sette anni: dal 1815 al 1822. Era il compositore di Corte e il direttore artistico del San Carlo. Questi sette anni sono capitali per la storia della musica. Nel corso di essi egli compose (non per Napoli) i suoi capolavori comici, che dalla categoria del comico trapassano all’indagine del cuore umano nella sua abiezione e nella sua altezza (Il barbiere di Siviglia), e nella stessa metafisica del comico e della passione (Cenerentola). Ma per Napoli scrisse una panoplia di Tragedie in musica che sono tra i vertici dell’arte italiana: dall’Otello al Mosè alla Donna del lago all’Armida all’Ermione. Gioacchino non apparteneva alla Scuola Napoletana, sebbene l’opera di Scarlatti, Pergolesi, Jommelli, e soprattutto Cimarosa e Paisiello, sia la fonte primaria del suo stile; ma a Napoli, ch’era ancora la città più importante per l’insegnamento della musica, d’insegnare non ebbe tempo: occupato com’era, oltre che nel “matto e disperatissimo” impegno compositivo, in un eros indefesso e nella incredibile crescita della sua cultura e della sua personalità.

   Nel 1816 era morto Paisiello. Direttore del Conservatorio era divenuto Nicola Zingarelli, nato nel 1752, una sorta di fossile storico, diciamo un garbato Paisiello-Cimarosa di serie b. Passatista, però, e pervicace, quanto a dottrina. Si tramanda aver egli detto che se Mozart non fosse morto così giovane, avrebbe potuto scrivere qualcosa di buono: una bestialità simile nemmeno un baggiano da commedia può averla pronunciata, ma vale, come leggenda, a mostrare l’immagine che di lui si aveva. Vero è invece ciò: una volta che Rossini effettuò in Conservatorio una visita di cortesia (avrà avuto ventisei anni), Zingarelli lo accusò di “guastargli tutta la scuola”, visto che i giovani imitavano soltanto lui. E il Cigno, serafico: “Avete ragione, illustre Maestro, Non dovrebbero imitare che Voi!”

   E tuttavia Zingarelli non era un inetto quale insegnante, se alla sua scuola si sono formati due sommi compositori, Mercadante e Bellini. Ambedue dalla musica di Rossini vennero folgorati, e ne serbano le tracce per tutta l’opera, Ma sin dall’inizio posseggono qualcosa di proprio e diverso. E interessantissimo è il vedere come l’influsso e l’originalità si mescolino in modo miracoloso al sorgere di una storia creativa. Nel febbraio del 1825, pochi giorni dopo la morte di re Ferdinando, nel teatrino del Conservatorio Zingarelli volle far rappresentare il saggio col quale il ventitreenne Bellini passava dallo stato di studente a quello di Maestro. È un’Opera “semiseria”, ossia mista di comico e patetico, in tre atti su testo di uno dei più ingiustamente diffamati librettisti italiani, Andrea Leone Tottola: ma, giusta una moda d’imitazione francese che da noi fu effimera, con parti recitate in prosa. Il titolo è Adelson e Salvini: solo apparentemente profetico degli attuali lumi di luna, visto che Salvini è un geniale pittore italiano approdato in Irlanda e ivi quasi impazzito per amore. Le parti recitate, ma anche alcune in musica, consentono la presenza nella trama di Bonifacio, un servitore che Salvini s’è portato da Napoli: questi si esprime in una così saporosa e pretta lingua napoletana (che, col solito errore, la letteratura musicologica definisce “dialetto”) che i suoi dialoghi sono un capolavoro comico assoluto, in ispecie là ove egli latineggia e toscaneggia.

   Or questo saggio scolastico dell’altro Cigno, quello di Catania, è già alta arte: il genio si vede subito anche quando è costretto a dibattersi fra “maniera”, impronta rossiniana e carattere suo proprio; e potremmo adoperare un verso di Virgilio a sintetizzare il concetto, incessu patuit dea, “dal solo incedere si manifesta la Dea”. Nelle parti più apertamente buffe e, o, comiche, Bellini rossineggia: per esempio, in quel veloce “declamato” vocale sopra motivi tessuti dall’orchestra che, se non inventato dal Pesarese, di certo venne da lui consacrato come stilema tipico per un secolo; e nell’ampia, quasi monumentale struttura del Finale del I atto. Ma rossineggia con un’eleganza e un distacco mirabili che sarebbero stati apprezzati per primo da Rossini: il quale, più anziano di Bellini di soli nove anni, lo trattò sempre con paterno, protettivo affetto, e alla sua morte prematura precipitò in un’autentica prostrazione. Senonché, all’elegante manierismo il ventitreenne coniuga un ductus suo proprio, e inconfondibile. C’è la molle elegia, rorida di pianto, che si trasfigura in “Bello Ideale” in bilico tra Neoclassicismo e incipiente Romanticismo. Salvini è caratterizzato da un pathos fremente insieme e languido, la sua melodia sempre carica di “bemolle”, tra il Fa minore, il Do e il Sol minore: nel terzo atto canta una grande Aria preceduta da una scena in un Recitativo accompagnato di continuo franto e trapassante da un’agogica all’altra ch’è un quadro straordinario di una passione così eccessiva da farsi patologica. E c’è l’Aria di Nelly, in Re minore (ancora), Dopo l’oscuro nembo, ch’è un altro incunabulo del Romanticismo italiano: viene da Rossini, ma al tempo stesso segna una svolta radicale nella musica italiana.

    Parlo di un esemplare allestimento del saggio scolastico già capolavoro di Bellini. Forse qualcuno saprà che il mio disgusto verso l’attuale vita musicale mi ha portato con sollievo a rinunciare ad andare al teatro d’Opera e al concerto. Nel 2018 ho assistito a due concerti e a un solo spettacolo operistico, appunto Adelson e Salvini al “Massimo Bellini” di Catania, nella partitura preparata da Fabrizio Della Seta in vista della prossima edizione critica che gli si dovrà. Una garbata ed elegante regia di Roberto Recchia, ma soprattutto sul podio Fabrizio Maria Carminati. A Vittorio Feltri ricordo che questo concertatore è un suo concittadino: uno dei pochi Maestri serî, preparati, professionisti, antidivi, che oggi si contino, il quale alla tecnica e alla cultura unisce la sensibilità; e per questo, pur apprezzato, non fa una carriera adeguata ai meriti. La carriera la fanno i ciarlatani che dirigono a orecchio, si agitano, saltano, tengono la bocca aperta, cantano dal podio, quelli che piacciono alla vera silloge di cretini-furbastri costituente i soprintendenti italiani. Fra i cantanti ricordo due veri talenti lirici e melici, il tenore Francesco Castoro e il soprano José Maria Lo Monaco; mentre il “buffo” Bonifacio è strepitosamente interpretato da Clemente Antonio Daliotti.

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Il Fatto Quotidiano, 11 X 2018

Massimo Mila è stato uno dei grandi storici della musica e critici musicali. La vastità della sua cultura, la sua curiosità culturale erano tali che basta pensare ai suoi corsi universitarî torinesi per comprenderlo. Invece che in angustie burocratiche, Mila spaziava dai polifonisti del Quattrocento alla musica contemporanea, trascorrendo per il Don Giovanni di Mozart, Brahms, Verdi: sul quale ha scritto pagine memorabili. Per lui insegnare voleva dire in primo luogo imparare ciò che doveva passare agli altri.  Ciò fa parte della storia.

   Di grandi scrittori ne esistono; assai meno, grandi scrittori che siano stati grandi uomini. Mila possedeva una straordinaria generosità, intellettuale e umana; era un uomo simpaticissimo, aperto alle amicizie, deliziosamente conviviale; e dotato d’un’ironia e d’un senso dell’umorismo che rendevano indimenticabili le ore con lui trascorse. Insomma, solo chi lo ha conosciuto ed è stato onorato dalla sua amicizia può fino in fondo comprendere chi fosse. Lo dice Italo Calvino; persino io rientro nel novero. È stato uno dei grandi amici della mia vita.

    Era alpinista, e la sua passione della montagna, coltivata dall’infanzia, era diventata la sua seconda ragione di vita. Quattro anni dopo la sua morte (1988), la Einaudi aveva pubblicato la raccolta degli Scritti di montagna. Adesso la principale silloge di tali scritti viene riedita dal Club Alpino Italiano, ma con un bellissimo titolo attribuitogli dalla vedova, Anna Giubertoni: I due fili della mia esistenza (pp. 267, euro 24). A spiegare tale titolo, vale una citazione posta in esergo al volume: “le due facce della mia persona, i due fili della mia esistenza: la vocazione alla cultura, necessariamente sedentaria, e l’amore dell’avventura alpina.”.

   Mila è stato uno dei pochi autentici antifascisti pre-Quarantatré. Venne incarcerato a diciannove anni, per aver aderito a un manifesto in onore di Croce.  Dal 1935 si è poi fatto cinque anni a Regina Coeli. In questo nuovo libro sono stati inseriti racconti della prigionia: il loro straordinario ductus è fatto di quella qualità che in inglese si dice understatement, ossia  - la parola è intraducibile se non per perifrasi – sottovalutazione di se stesso, fatta per eleganza e autoironia.  Di nuovo, in questa pubblicazione ci sono anche rare foto alpine fornite dalla Giubertoni e ricavate dall’archivio di Mila.

   A leggere le pagine Massimo (se posso chiamarlo così) si ritrova intero. Se esplica la montagna intesa quale filosofia di vita, ironizza su quelli che affermano che in vetta si sentono vicini a Dio. Se illustra scientificamente la letteratura alpinistica, la sua umanità trionfa anche nei dettagli tecnici. Ed espone una sua idea originale, desunta da un noto passo di Vico (“verum et factum reciprocanturr seu […] convertuntur”): che nel culto della montagna l’uomo si fa pari a Dio, perché la teoresi si trasforma in azione restando se stessa “il vero e il fatto divengono una cosa sola”.

   Oltre che in Europa, Mila fece ascensioni in Caucaso, sul Naro Moru in Kenya, sul Kilimangiaro, sul Machu Picchu. E leggere le pagine sul Parco Nazionale procura a noi una profonda tristezza. Egli parla del modo esemplare in che è tenuto, della sopravvivenza di tantissime specie animali. Oggi gli elefanti, i leoni, le tigri, i rinoceronti, gli ippopotami, le giraffe, e moltissime altre razze, sono quasi estinti. I bracconieri imperano, e uccidono i coraggiosi che tentano di opporsi. Tutti si girano dall’altra parte per non vedere.  Assassiniamo la Natura, e moriremo con lei. Povero, grande Massimo, meno male che te ne sei andato trent’anni fa, e questo ti è stato risparmiato.

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Libero, 27. X. 2018

Interi quartieri di Napoli versano in uno stato che definire da periferia medio-orientale, o di Nuova Delhi, o da bidonville brasiliana, è eufemismo. E in questo, il sindaco Luigi De Magistris, è democratico. Non sono solo le atroci periferie come Ponticelli o Scampia a subire questo stato di cose. Anche i quartieri che i cretini definiscono “della Napoli-Bene” (e che invece sono abitati da una borghesia rapace, di recente arricchimento, sprovvista di senso civico e politico) versano in terribile abbandono. La collina di Posillipo un tempo era un simbolo della città più bella del mondo. Adesso le erbacce sono alte metri, sconnettono i marciapiedi e il manto stradale, insieme con le radici dei morenti pini, le quali, essendo essi senza alcuna cura, producono montagne di asfalto da loro gonfiate. Carte di giornale a tonnellate, immondizia, preservativi, cocci di bottiglia, gatti morti che per mesi nessuno rimuove … Le vie che congiungono la parte alta con quella mediana della collina, ossia la fine di via Manzoni, via Boccaccio, via Lucrezio, sono addirittura pericolose a percorrersi: se uno cade in una buca se ne accorgono quando è divenuto cadavere putrefatto. Via Lucrezio era un meraviglioso viale guidato da un doppio filare di pini: pochi giorni fa sono stati tutti tagliati perché, abbandonati a se stessi, ammalati, erano divenuti pericolosi. In pochi giorni il paesaggio di Napoli, ossia un patrimonio dell’umanità, è stato mutato: e quei filari di tronchi segati fanno pensare alle ferite di Cesare nell’orazione che Shakespeare fa pronunciare ad Antonio: “Povere bocche mute, e chiedo loro di parlare per me.” Esse dovevano testimoniare contro Bruto; queste povere bocche vegetali mutamente testimoniano contro il responsabile dello scempio, De Magistris.

Il Fatto Quotidiano, 25. X. 2018

Fra poco cadrà il centenario della fine dell’immane massacro militare della Prima Guerra Mondiale: il 4 novembre capitolò l’Impero austro-ungarico, l’11 quello germanico. L’incredibile rimonta di Vittorio Veneto si dovette a un genio militare napoletano, Armando Diaz, visto che fino a quel momento lo stratega di fiducia dei Savoia, il piemontese Cadorna, aveva concepito la guerra solo come una macelleria fine a se stessa; in questo la classe militare inglese e francese non fu da meno. E sarebbe bene, per non dimenticare – sempre che a qualcuno l’insegnamento della storia oggi interessi – che si rivedessero tre meravigliosi films che denunciano in modo tragico e spietato la macelleria: Per il re e per la patria di Losey, Orizzonti di gloria di Kubrick e Uomini contro di Rosi: il suo più bello, insieme con Le mani sulla città.

Dal momento che nel mio scorso articolo ho raccontato per brevi tratti dell’estate da me trascorsa con Stefan Zweig, debbo tornare al Mondo di ieri. I capitoli centrali di queste Memorie – Memorie dello spirito europeo stesso – sono dedicati ai prodromi della guerra e ai suoi anni. La definizione di “guerra civile europea”, ripresa con tanta fortuna da Ernst Nolte, si deve a Zweig. I grandiosi capitoli vanno ricordati anche in relazione al tema del comportamento degli “intellettuali”: la vergogna suscitò nel corso del conflitto, pagine alte e dolenti, più che indignate, del nostro Maestro, e a sua volta suscitò un celebre libro del 1927, Il tradimento dei chierici, nel quale Julien Benda stigmatizza il ruolo degli uomini di cultura, traditori della loro missione: comprendere e far comprendere, giusta l’etimo intelligere.

Il Fatto Quotidiano, 18. X. 2018

La scomparsa di un’altissima artista quale Montserrat Caballè è stata commentata dai mezzi di comunicazione in modo incongruo e ridicolo. Si è parlato di una “Diva” specialista di acrobazie vocali, invece che di una profonda musicista che aveva posto la sua angelica voce a disposizione della musica per servirle. Non si è detto ch’ella è una benemerita della civiltà italiana per essersi tutta la vita spesa alla rinascita di capolavori negletti di tale nostra civiltà, di Salieri, Cherubini, Spontini, Rossini, Bellini, Donizetti, e per aver meravigliosamente interpretato le opere più note dei nostri Maestri, Verdi e Puccini, oltre costoro, alla testa. Il suo merito principale sarebbe stato un fatto che ho appreso in quest’occasione: verrà ricordata per aver fatto un concerto con Freddie Mercury. Il titolo di onore ascrittole è dunque una marchetta. Povera, grande Montserrat, costretta a difendersi dall’Ade dalla congiunzione fatale non di Giove e Saturno, alla quale Don Ferrante attribuiva l’origine della peste di Milano, ma dei cretini e delle recchie liriche, una categoria importuna e tuttora prospera!

Il Fatto Quotidiano, 15. X. 2018

Il mondo della cosiddetta “controcultura giovanile” è agitato da una diatriba che si trasforma in diaspora. Il gruppo “indie-rock” Lo stato sociale ha partecipato al Festival di Sanremo con la canzone Una vita in vacanza; indi uno dei membri, Lodo Guenzi, entrerà in “X Factor 2018” in qualità di giurato, insieme con Manuel Agnelli, Mara Maionchi e Fedez, dopo l’esclusione di Asia Argento. Le due partecipazioni “hanno per molti svilito il precedente percorso di denuncia sociale, rappresentativo dell’anima underground”.

Esordisco con una digressione. La faccenda di Asia Argento (che io non toccherei con la punta di un dito) e dell’ex adolescente suo accusatore si sintetizza in due massime. La prima è evangelica: Chi di spada ferisce di spada perisce. La seconda è del diritto romano: ove vi sia la par causa turpitudinis, ossia le ragioni dei contendenti siano parimenti turpi, la legge si rifiuta di intervenire.

Il Fatto Quotidiano, 14. X. 2018

Il genere dell’ ”autobiografia attraverso gli incontri” è diventato stucchevole e vieto. È ormai il pretesto col quale giornalisti, o scrittori che fanno i giornalisti, mettono insieme una catasta di articoli fingendo che diventino un libro; oggi la gran parte della cosiddetta “saggistica” è fatta così, ed è la parallela della narrativa basata sulle storielline autobiografiche da tinellino. Per un vero libro fatto di tante tessere staccate ci vuole uno scrittore geniale. Ecco perché è bello e intenso, pur nella massima concisione (solo 98 pagine), questo Il borghese di Vittorio Feltri (Mondadori, euro 17). Il titolo ha un’eco longanesiana; nulla potrebbe esser più lontano dagli eccessi, a volte di genio, a volte di consapevole ciarlatano, dello scrittore romagnolo: la narrazione di Feltri ha un tono di sermo cotidianus, una semplicità, una naturalezza, e anche un’eleganza, che affascinano insieme col sapore di verità.