Gli Articoli

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Il Fatto Quotidiano”, 7. IX. 2017

La mia vacanza agostana sono stati gli ultimi otto giorni. A casa, con l’aria condizionata; in giardino, quando rinfrescava un po’. Col mio vizio, la lettura. Le opere complete di Leonardo Sciascia in mano; che riprendo sovente, sebbene i libri che ho sempre con me siano Lucrezio, Virgilio, Orazio, Leopardi, Manzoni: un anno I promessi sposi, un altro la prima versione, da lui rifiutata, convenzionalmente denominata Fermo e Lucia. Giovanni Macchia la giudica superiore e, certo, basterebbe l’atroce romanzo nel romanzo dedicato alla Monaca di Monza a farci gioire che tale versione non sia stata distrutta e sia stata ritrovata.

Manzoni e Leopardi sul cuore umano, sulla politica, sulla massa, hanno, con Flaubert, scritto le cose più rivelatrici di ogni tempo. Sciascia è un manzoniano e su Manzoni gli si debbono ricerche erudite che, come tutte le sue opere storiche, sono fra le perle della sua creazione. È un seguace di Manzoni nell’indagare il cuore umano e il suo indurirsi in rapacità e abiezione. Quest’anno mi ha tenuto compagnia il primo dei due volumi, dedicato alla creazione fra il 1956 e il 1971. Lo studio che il grande Racalmutano fa dell’uomo parte sempre dalla Sicilia, sebbene s’allarghi in senso universale. L’attaccamento dei siciliani di ogni tempo alla roba, che si fa addirittura una metafisica della roba, non è dell’italiano tutto, se non dell’uomo assolutamente? E qui va osservato l’attaccamento alla roba proprio dei preti. Certo, di tutti; ma il clero siciliano, col suo particolarismo, la sua autonomia, ne è un emblema. Anche per l’essere il popolo siciliano, secondo Leonardo, superstizioso, sì, ma irreligioso, a-cristiano se non ateo. In questo di alta meditazione è la ricerca storica Morte dell’inquisitore, la storia di un monaco secentesco detenuto e torturato dall’Inquisizione il quale, prima del rogo, riesce colle manette a uccidere l’Inquisitore palermitano. Sempre sul tema, di acre ironia è la Recitazione della controversia liparitana; e di deliziosa ironia Il Consiglio d’Egitto.

Il Fatto Quotidiano”, 15. VIII. 2017

Alla fine dell’epoca regia Roma era già metropoli. Polibio ascrive al all’incipiente repubblica, 509, il primo trattato con Cartagine. I due stati si riconoscono e assumono reciproci obblighi. Roma sin da allora dominava il mare; è leggenda che la Prima Guerra Punica la costringesse a inventarsi d’improvviso la marina militare.

Ma questa guerra, terribile e lunga dal 264 al 241, s’impantanò per terra e si risolse per mare. Cartagine possedeva la più forte flotta bellica del Mediterraneo e Roma la sbaragliò in una serie di battaglie: l’ultima fu quella delle Egadi: il 12 marzo Gaio Lutazio Catulo affrontò un’armata di centosettanta navi puniche: ne affondò cinquanta e catturò settanta. La tecnologia marittima romana aveva fatto il salto decisivo: col passaggio dalla trireme alla quinquereme, la vera corazzata del mondo antico. Sconfitta e distrutta Cartagine, Roma, potenza imperiale mediterranea, non ne ebbe neanche più necessità.

Il Fatto Quotidiano”, 13. VIII. 2017

 

Zenon! Cruel Zenon! Zenon d’Elée!”: è il primo verso della penultima sestina del Cimitero marino, il poemetto di uno dei grandi poeti del Novecento, Paul Valéry: “Crudel Zenone, Zenone eleata!” Il filosofo del quinto secolo a. Ch., oggi ricordato per il paradosso su Achille e la tartaruga, negante l’esistenza del moto, di continuo rimeditato da Borges, era di Elea, città della Magna Grecia. Vi era nato il suo maestro Parmenide, che con Zenone è immortalato in uno dei più grandiosi Dialoghi di Platone, intitolato al venerando filosofo. Anche Papinio Stazio, l’autore della Tebaide, che Dante incontra in Purgatorio, era di famiglia eleata, pur se nato a Napoli.

Elea oggi è, alla latina, Velia. Sul mare; alle spalle, il vallo di Diano, ch’è un paesaggio tra il montano e il rustico. Da Salerno vi si giunge in automobile attraversando uliveti e macchie. L’area archeologica è un’acropoli sormontata da un’imponente torre normanna; all’interno anche i resti di un tempio di Esculapio, il dio-serpente figlio di Apollo, che presiede alla medicina. Ai piedi della torre da vent’anni si monta un palcoscenico. Vi si svolge uno dei più eleganti festivals teatrali che vi siano, “Veliateatro”, dedicato alla filosofia e al mondo classico. “Affanniamo, temiamo di dover chiudere!”, mi dice Michele Murino, che lo anima. “Di contributi, ministeriali e regionali ci danno pochissimo.”. Lo credo: la Regione Campania locupleta un certo Nino D’Angelo, un cantante neomelodico al quale è stata attribuita la “direzione artistica” del napoletano Trianon, quello che ingloba blocchi murarii greci di Neapolis …

Il Fatto Quotidiano”, 3. VIII. 2017

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Dal 19 giugno le sorelle Fendi sono rimaste in quattro: se n’è andata quella che del marchio di moda più sosteneva la figura pubblica, col prestigio della sua presenza e del suo mecenatismo artistico. Carla, ottantenne, è stata ampiamente commemorata; aggiungo il mio ricordo di amico privato che di moda nulla conosce sebbene non gli sfugga che l’impresa fondata dal padre e continuata dalle cinque figlie non ha solo rilievo economico, è di quelle che onorano l’Italia nell’immagine presso l’estero. Sotto un profilo industriale e artistico: nell’ideare un vestito, una borsa, una valigia, una cintura, femminile come maschile – ma questo solo dai sarti, non nella confezione – agisce sovente anche un artista.

Il Fatto Quotidiano”, 25. VII. 2017

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Agosto, inizio anni Settanta. A Siusi soggiornava nel nostro albergo una coppia di napoletani amici dei miei genitori. Una notte Peppe, titolare d’un’antica gioielleria, ebbe un infarto. Accorse da Bolzano l’ambulanza; vi salii, gli tenevo la mano: l’ago in vena, era attaccato al respiratore. Gl’infermieri, non immaginando che in qualche modo li comprendessi, si dicevano in dialetto tirolese che il pover’uomo aveva gl’istanti contati. Coll’altra mano cercavo di tenermi saldo, ché su quei tornanti il veicolo, velocissimo, mi sballottava come se fossi su di una barca durante una tempesta; un partenopeo è avvezzo a curve anche più strette, nel piccolo autobus che da Anacapri scende a Capri, o sulla costiera amalfitana. Il giorno dopo raccontai ai condolenti di quella terribile corsa; c’era anche una vedova mia concittadina, madre di un medico destinato a diventare famoso per aver predetto l’immortalità a Berlusconi, ma non pure che Berlusconi avrebbe partecipato, come avvenne, alle sue esequie. La signora andò negli anni narrando e perfezionando l’episodio, colla variante che sull’ambulanza c’era lei, non io. Quanto vividi erano nelle sue parole l’espressione e gli sguardi degli infermieri! Davvero rivivevi il timore che l’ambulanza non fosse per precipitare per una curva presa troppo velocemente … Una menzogna sostenuta a lungo diviene un ricordo: la tragica notte la signora la raccontò anche a me.

Il Fatto Quotidiano”, 23. VII. 2017

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Le Sirene sono più antiche di Omero. Derivano da miti sumeri e babilonesi, come mostra un bassorilievo del British Museum risalente all’inizio del secondo millennio a. Ch. In Grecia sono mostri appartenenti alla lugubre schiera di Ecate, come le Arpie, le Erinni e lo stesso Thanatos. Alate, il tronco è femminile ma, prima ch’esso giunga al pube, zampe d’uccello terminanti con rostri prendono il loro luogo. Esseri ctonii, sono i morti insepolti che attirano gli uomini per farli morire e berne il sangue, del quale hanno bisogno. Nel Dodicesimo dell’Odissea sono due; su di un’isola tirrenica (al largo del golfo di Napoli?) vorrebbero la morte di Ulisse, e gli cantano il loro canto “limpido” e “dolce”. Il Re si salva per esser stato messo sull’avviso da Circe, nell’ultimo colloquio. Non tutti ricordano che uno dei più grandi poeti italiani e latini, Pascoli, continua l’episodio e inventa una morte di Odisseo differente da quella di Dante. Ne L’ultimo viaggio, dei Poemi conviviali, il vecchio Ulisse torna presso l’isola: e questa volta il canto gli apporta solo morte. Il viaggio si conclude con altro ritorno, all’isola di Calypso: ove ne giunge il cadavere.

Il Fatto Quotidiano”, 16. VII. 2017

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Immaginate un paesaggio planetario devastato da un’esplosione atomica. I superstiti debbono ricostruire qualche riparo ma il solo materiale a disposizione sono i detriti. Poi decidono di marciare verso altre zone che sperano intatte. E ritrovano edifici che vanno dal Partenone a Le Corbusier; in mezzo il Gotico, il Classico, il Barocco, il Neoclassico. Allora cercano di modellare i detriti ispirandosi, per come possono, all’immenso deposito risparmiato dall’apocalisse. Forse il quadro storico non è altrettanto grandioso, mescolato com’è a bassezza umana e culturale: ma è quanto è accaduto alla composizione musicale dopo le “avanguardie” postweberniane degli anni dai Cinquanta ai Settanta e l’effimera affermazione del “postmoderno”. Questo quadro è tracciato con lucidità filosofica, severa ricostruzione storica e profondità critica da Sara Zurletti, una delle voci più interessanti dell’attuale musicologia. La scrittrice, che spazia da Adorno all’eresia catara, verga un saggio, Verso una filosofia della musica nuova, ch’è la più attuale diagnosi dello stato della composizione musicale oggi. Personalmente sono ancor più pessimista che non sia la mia generosa collega; e tuttavia, grazie alla sua pagina e al suo appassionato impegno, ho scoperto, anche di là dal mio abituale orizzonte, qualcosa di vitale e soprattutto qualcosa di valore. Forse fatto coi detriti della tonalità, e miracolosamente, a onta di quella che mi pare la sua irreversibile usura: eppur si muove.

Il Fatto Quotidiano”, 8. VII. 2017

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I formidabili bimillenarî del 2017 sono due, non uno. Nel 17, dunque otto anni dopo Augusto, morì Tito Livio. La tradizione lo vuole nato, a Padova ove finì i suoi giorni, nel 59 a. Ch.: Ronald Syme e altri ne antedatano la nascita al 64. Anche se fosse vissuto ottantun anni, la mole della sua opera è tale da render a malapena credibile che un uomo l’abbia compiuta nell’arco di una vita.

I libri ab urbe condita del sommo patavino erano centoquarantadue e giungevano, appunto, agli ultimi tempi del principato di Ottaviano. Oggi ne possediamo a stento un quarto, giacché quel che di Livio sopravvive giunge fino al trionfo di Paolo Emilio su Perseo di Macedonia, del 167 a. Ch: ossia al quarantacinquesimo; ma i libri a noi pervenuti sono in tutto quaranta, essendovi la lacuna dei cinque dall’undecimo al quindicesimo. La perdita di tre quarti di ab urbe condita, avvenuta, a quel che sembra, dopo il sesto secolo, incipiendo il Medio Evo, è uno dei disastri della cultura. Disastro irreparabile, giacché tutte le emersioni miracolose avvenute dalla Rinascenza in poi, e in ispecie dall’Ottocento, non toccano lo storico: sono stati trovati Lucrezio e Cicerone e Filodemo, i rotoli del Mar Morto e i papiri di Ossirinco, ma la sorte su di lui s’è accanita. E, a differenza di Lucrezio, non è da credersi che la causa sia in una censura attuata dalla Chiesa: pur seguace attento della religione tradizionale, Livio predica un’ etica di frugalità, senso dello Stato e severità di costumi che la nuova Roma doveva accettare. Chi, durante l’autunno del Medio Evo, più piange la scomparsa del Patavino e più si adopera per reinserire nella vita culturale quel che di lui sopravvive, non è solo uno dei più grandi poeti mai vissuti, sì anche uno dei più grandi uomini di cultura, Francesco Petrarca. E il poema storico latino da Francesco dedicato alla seconda guerra punica, l’Africa, per il quale io ho un vero culto, su Livio è modellato.

Il Fatto Quotidiano”, 25. VI. 2017

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In questo cinquantenario della morte di Totò assai affrontato è stato il tema dell’incomprensione che gl’intellettuali hanno di lui avuta negli anni dai Quaranta ai Sessanta. Forse l’ intellettuale tipico del trentennio, quand’anche non fosse “organico”, era portatore d’un’ideologia piccolo-borghese, a partire dal Nume al quale s’ispirava, Togliatti. Non è un caso se l’immagine prevalente di Napoli è stata a lungo quella di Eduardo De Filippo, ch’è appunto piccolo-borghese e, almeno in senso etico, familista e reazionario. Queste cose le imparai sin da quando ero ragazzo leggendo un uomo di cultura, più che un intellettuale, come Ruggero Guarini, al quale, fra gli altri, debbo l’aver capito la radice arcaica e popolare, greca e romana, della mia città. Ma i veri grandi, Flaiano e Fellini, su Totò non s’ingannarono mai, né dubitarono che la statura di Peppino sia assai superiore a quella del più celebrato fratello. E qui una chiosa: si ritiene che Totò fosse stato nell’ambito della Kultura “sdoganato” da Pier Paolo Pasolini: per me Uccellacci e uccellini, generoso tentativo di uno che aveva capito che Totò è un sommo ma non ha i mezzi tecnici e poetici per mettersi al suo servizio e fa opera di triste zelo, mi sembra il peggiore di tutti i films del Principe.

Il Fatto Quotidiano”, 20. VI. 2017

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Ovidio è il più grandioso cantore del mito che la poesia abbia: cantore, ricreatore, r indagatore della sua essenza e struttura. Il suo Dioscuro è Gabriele Dì’Annunzio. Peligno il primo, fra peligno e marrucino il secondo: e sono i due più alti doni fatti all’arte dagli Abruzzi. All’arte e al pensiero, ché se Ovidio è un vero poeta-filosofo, D’Annunzio è forse il più grande intellettuale europeo dei primi quarant’anni del Novecento. Noi italiani non siamo degni dell’uno come dell’altro, per la pigra consuetudine di equivocarli e sottovalutarli, considerandoli meri coloristi e – quasi fosse un limite – cultori della musicalità ritmica e verbale. Questo bimillenario di Ovidio lo stiamo buttando via: siamo stati solo capaci di celebrarlo con un convegno di filologi classici. Premessa doverosa: ma Ovidio è il poeta che ha più influenzato l’arte figurativa e la musica – oltre che la poesia stessa. Quella italiana principia con Dante e Petrarca: e cosa sarebbero essi senza di lui