Gli Articoli

Gli Articoli

Il Fatto Quotidiano”, 16. VII. 2017

Scarica il file in formato PDF

Immaginate un paesaggio planetario devastato da un’esplosione atomica. I superstiti debbono ricostruire qualche riparo ma il solo materiale a disposizione sono i detriti. Poi decidono di marciare verso altre zone che sperano intatte. E ritrovano edifici che vanno dal Partenone a Le Corbusier; in mezzo il Gotico, il Classico, il Barocco, il Neoclassico. Allora cercano di modellare i detriti ispirandosi, per come possono, all’immenso deposito risparmiato dall’apocalisse. Forse il quadro storico non è altrettanto grandioso, mescolato com’è a bassezza umana e culturale: ma è quanto è accaduto alla composizione musicale dopo le “avanguardie” postweberniane degli anni dai Cinquanta ai Settanta e l’effimera affermazione del “postmoderno”. Questo quadro è tracciato con lucidità filosofica, severa ricostruzione storica e profondità critica da Sara Zurletti, una delle voci più interessanti dell’attuale musicologia. La scrittrice, che spazia da Adorno all’eresia catara, verga un saggio, Verso una filosofia della musica nuova, ch’è la più attuale diagnosi dello stato della composizione musicale oggi. Personalmente sono ancor più pessimista che non sia la mia generosa collega; e tuttavia, grazie alla sua pagina e al suo appassionato impegno, ho scoperto, anche di là dal mio abituale orizzonte, qualcosa di vitale e soprattutto qualcosa di valore. Forse fatto coi detriti della tonalità, e miracolosamente, a onta di quella che mi pare la sua irreversibile usura: eppur si muove.

Il Fatto Quotidiano”, 8. VII. 2017

Scarica il file in formato PDF

I formidabili bimillenarî del 2017 sono due, non uno. Nel 17, dunque otto anni dopo Augusto, morì Tito Livio. La tradizione lo vuole nato, a Padova ove finì i suoi giorni, nel 59 a. Ch.: Ronald Syme e altri ne antedatano la nascita al 64. Anche se fosse vissuto ottantun anni, la mole della sua opera è tale da render a malapena credibile che un uomo l’abbia compiuta nell’arco di una vita.

I libri ab urbe condita del sommo patavino erano centoquarantadue e giungevano, appunto, agli ultimi tempi del principato di Ottaviano. Oggi ne possediamo a stento un quarto, giacché quel che di Livio sopravvive giunge fino al trionfo di Paolo Emilio su Perseo di Macedonia, del 167 a. Ch: ossia al quarantacinquesimo; ma i libri a noi pervenuti sono in tutto quaranta, essendovi la lacuna dei cinque dall’undecimo al quindicesimo. La perdita di tre quarti di ab urbe condita, avvenuta, a quel che sembra, dopo il sesto secolo, incipiendo il Medio Evo, è uno dei disastri della cultura. Disastro irreparabile, giacché tutte le emersioni miracolose avvenute dalla Rinascenza in poi, e in ispecie dall’Ottocento, non toccano lo storico: sono stati trovati Lucrezio e Cicerone e Filodemo, i rotoli del Mar Morto e i papiri di Ossirinco, ma la sorte su di lui s’è accanita. E, a differenza di Lucrezio, non è da credersi che la causa sia in una censura attuata dalla Chiesa: pur seguace attento della religione tradizionale, Livio predica un’ etica di frugalità, senso dello Stato e severità di costumi che la nuova Roma doveva accettare. Chi, durante l’autunno del Medio Evo, più piange la scomparsa del Patavino e più si adopera per reinserire nella vita culturale quel che di lui sopravvive, non è solo uno dei più grandi poeti mai vissuti, sì anche uno dei più grandi uomini di cultura, Francesco Petrarca. E il poema storico latino da Francesco dedicato alla seconda guerra punica, l’Africa, per il quale io ho un vero culto, su Livio è modellato.

Il Fatto Quotidiano”, 25. VI. 2017

Scarica il file in formato PDF

In questo cinquantenario della morte di Totò assai affrontato è stato il tema dell’incomprensione che gl’intellettuali hanno di lui avuta negli anni dai Quaranta ai Sessanta. Forse l’ intellettuale tipico del trentennio, quand’anche non fosse “organico”, era portatore d’un’ideologia piccolo-borghese, a partire dal Nume al quale s’ispirava, Togliatti. Non è un caso se l’immagine prevalente di Napoli è stata a lungo quella di Eduardo De Filippo, ch’è appunto piccolo-borghese e, almeno in senso etico, familista e reazionario. Queste cose le imparai sin da quando ero ragazzo leggendo un uomo di cultura, più che un intellettuale, come Ruggero Guarini, al quale, fra gli altri, debbo l’aver capito la radice arcaica e popolare, greca e romana, della mia città. Ma i veri grandi, Flaiano e Fellini, su Totò non s’ingannarono mai, né dubitarono che la statura di Peppino sia assai superiore a quella del più celebrato fratello. E qui una chiosa: si ritiene che Totò fosse stato nell’ambito della Kultura “sdoganato” da Pier Paolo Pasolini: per me Uccellacci e uccellini, generoso tentativo di uno che aveva capito che Totò è un sommo ma non ha i mezzi tecnici e poetici per mettersi al suo servizio e fa opera di triste zelo, mi sembra il peggiore di tutti i films del Principe.

Il Fatto Quotidiano”, 20. VI. 2017

Scarica il file in formato PDF

Ovidio è il più grandioso cantore del mito che la poesia abbia: cantore, ricreatore, r indagatore della sua essenza e struttura. Il suo Dioscuro è Gabriele Dì’Annunzio. Peligno il primo, fra peligno e marrucino il secondo: e sono i due più alti doni fatti all’arte dagli Abruzzi. All’arte e al pensiero, ché se Ovidio è un vero poeta-filosofo, D’Annunzio è forse il più grande intellettuale europeo dei primi quarant’anni del Novecento. Noi italiani non siamo degni dell’uno come dell’altro, per la pigra consuetudine di equivocarli e sottovalutarli, considerandoli meri coloristi e – quasi fosse un limite – cultori della musicalità ritmica e verbale. Questo bimillenario di Ovidio lo stiamo buttando via: siamo stati solo capaci di celebrarlo con un convegno di filologi classici. Premessa doverosa: ma Ovidio è il poeta che ha più influenzato l’arte figurativa e la musica – oltre che la poesia stessa. Quella italiana principia con Dante e Petrarca: e cosa sarebbero essi senza di lui

Il Fatto Quotidiano”, 10. VI. 2017

Scarica il file in formato PDF

Incominciò ad aprile e terminò il 24 luglio 1976. Un anarchico, insieme di destra e di sinistra, genio del crimine “senz’armi né odio né violenza” e del surrealismo vitale, Albert Spaggiari, capisce che scavando nelle fogne di Nizza si può arrivare al caveau della Societé Générale. Là ci sono le cassette di sicurezza, coi valori, i gioielli, i lingotti. Lui, Albert, la pensava così: “Credo che ogni atto contro la società sia un’azione politica. Al primo posto il furto – non parlo del furto abietto che consiste legalmente o illegalmente nel rapinare i poveri, ma del Furto. Allo stesso tempo virtù ereditaria e arte tradizionale … e suprema speranza dell’uomo di raggiungere il suo scopo con i propri mezzi.”

Il Fatto Quotidiano”, 7. VI. 2017

Scarica il file in formato PDF

Ancor l’immagine corrente di Bach è di un artigiano che compone in umiltà a maggior gloria di Dio. La sua musica mostra il contrario. Mostra la consapevolezza del Maestro d’essere il più grande genio della musica fin lì vissuto; e forse pure quella che pochi altri lo avrebbero raggiunto, nessuno superato. E mostra una violenta, a tratti smisurata, volontà di potenza. Di questa volontà di potenza due opere sono il culmine: quelle con le quali Bach dichiara di esser non solo il vertice compositivo, sì anche quello dottrinario, della sua arte. La prima venne da lui pubblicata nel 1747, dunque verso la fine della vita, ed è dedicata a Federico II: continua a esser citata col titolo errato di Offerta musicale, quando invece il significato di Opfer è sacrificio. L’altra venne edita postuma ma la possediamo in un fondamentale manoscritto berlinese: L’Arte della Fuga. Con esse, Bach dichiara d’essere anche il più grande teorico musicale mai vissuto; e la dichiarazione risponde al vero. Sia la prima che la seconda sono trattati teorici dedicati alla parte più alta della speculazione musicale, il contrappunto. Dunque, sono opere di musica scientia. Ma sono costituite di pezzi musicali che sintetizzano ed esemplificano il pensiero. Questi pezzi, nella loro perfezione astrale, sono fra le cose più belle che l’arte abbia prodotte.

Il Fatto Quotidiano”, 28. V. 2017

Scarica il file in formato PDF

Fuor dei percorsi delle “freccie”, che hanno cambiato in meglio la vita di molti, l’Italia è collegata da un vecchio sistema ferroviario, lento e non più manutenuto. Un paese civile si misura dalla qualità dei suoi treni, e che per giungere da Roma in Abruzzo, Umbria e nelle Marche, o da Roma e Napoli in Puglia e nel Salento, ci s’impieghino troppe ore è una delle tante cose di cui dobbiamo ringraziare gli Agnelli, che hanno impedito lo sviluppo ferroviario per i loro interessi, colla classe politica a servirgli. Nondimeno preferisco i lentissimi “regionali” all’automobile; in treno si può leggere e guardare il paesaggio. Non c’è angolo d’Italia che non sia meraviglioso, e inerpicarsi lentamente da Roma verso le colline dell’Italia centrale consente di contemplare tali meraviglie con un perduto senso del tempo. Sul Roma-Ancona sono quasi il solo: tutti gli studenti, ma anche i miei coetanei, ormai passano il tempo col telefonino in mano, a chattare.

Il Fatto Quotidiano”, 4. V. 2017

Scarica il file in formato PDF

Virgilio studiò retorica a Cremona e subito dopo venne a Napoli per apprendere la filosofia. Partenope era allora un centro di filosofia epicurea; è probabile che colui che trasformò Epicuro in somma poesia, Lucrezio, anch’egli a Napoli si sia formato se napoletano addirittura non fosse. A Napoli, da lui chiamata dolce, Virgilio visse nella villa posillipina ed è sepolto, pur se morisse per caso nel Salento di ritorno dalla Grecia. Dunque i due più grandi poeti filosofici mai vissuti alla città nata da una sirena sono strettamente legati. Virgilio è poeta filosofico giacché Le Georgiche non possono esser ristrette nell’ambito della poesia didascalica. Sono un poema sull’universo narrato secondo la vita degli animali e delle piante. E sebbene Virgilio venga ritenuto un aderente alla filosofia stoica, il suo considerar unica l’origine delle cose e percorsa la natura da un principio che s’identifica con la divinità immanente deve far considerarlo epicureo come il fraterno amico Orazio. Lucrezio è tra le prime sue fonti, seppur non sia direttamente citato. Più coraggiosamente lo dichiara sublime e immortale Ovidio, e forse anche questo va messo nel conto dei motivi che spinsero Augusto a espellerlo da Roma. Per aver affermato che la natura s’identifica con Dio Giordano Bruno venne mandato al rogo; ma forse l’inane tentativo di Ottaviano di riportare la società alla religione tradizionale indusse Virgilio a tacere di Lucrezio. Così la poesia delle Georgiche è per lo più considerata ideologica nell’elogio dell’agricoltura secondo “l’ideologia del principato”; e a volte se ne trascura l’essenza filosofica.

Il Fatto Quotidiano”, 4. V. 2017

Scarica il file in formato PDF

Venerdì 5 e domenica 7, alla milanese “Orchestra Verdi”, un indimenticabile concerto diretto da Giuseppe Grazioli. Ambrosiano fra i cinquanta e i sessanta, Grazioli è oggi fra i migliori direttori d’orchestra ma in Italia non ha alcuna responsabilità istituzionale: i “direttori musicali” dei teatri o sono raccomandati o hanno il sostegno di potenti agenzie. Il concerto che ho ascoltato era volto a celebrare il Novecento italiano. In questo, Grazioli ha grandi benemerenze: con l’orchestra milanese, auspice Luigi Corbani, che l’ha creata con Vladimir Delman e capeggiata fino allo scorso luglio, ha inciso quasi tutta l’opera di Nino Rota. Queste incisioni mostrano che il geniale compositore delle musiche per i films di Fellini era anche un musicista dotto e d’avanguardia, del quale il ferrigno Mysterium è fra le vette della musica sacra novecentesca. Il 5 maggio è stato il turno di Ottorino Respighi e Gino Marinuzzi.

 

Il Fatto Quotidiano”, 4. V. 2017

Scarica il file in formato PDF

Sono iscritto al Partito Radicale; gli altri organismi dei quali faccio parte sono la “Luca Coscioni”, la “Lipu”, il “WWF” e un circolo nautico. Però l’anno scorso sono stato a votare alle primarie napoletane del Partito democratico (quello che i cretini chiamano “i democrat”) e ho votato per Antonio Bassolino, per il quale ho fatto anche il po’ di propaganda che mi era possibile. Domenica alle primarie dello stesso partito per scegliere il candidato Presidente del Consiglio a votare non sono andato. Non sono andati anche parecchi napoletani di spicco: per esempio l’avvocato Claudio Botti e il filosofo Roberto Esposito, ch’era mio compagno di banco al ginnasio. E nemmeno Bassolino.