Gli Articoli

Gli Articoli

Libero, 10. XI. 2020

 

Sono assai perplesso. E desidererei tanto che qualche anima buona mi aiutasse a trovare una risposta a quel che mi pare un mistero, inspiegabile.

   La settimana scorsa ho pubblicato, su “Il Fatto Quotidiano”, un articolo su di un avvenimento che mi pare al centro degli interessi degli italiani. Parlo di fatti che in apparenza sono irrelati ma in piena sostanza posseggono uno stretto nesso. Sua Santità, in un’intervista che, quanto a valore canonico, conta meno di zero, ha annunciato che gli omosessuali, rei, ricordo, di peccato mortale, quanto a dottrina ecclesiastica, peccano assai meno se, stretti da un vincolo d’amore, convivono quale coppia matrimoniale nel senso della carità cristiana. Un tempo la Chiesa professava opposta dottrina: esser meno grave il peccare occasionalmente, seguito dalla Confessione e dal suo Sacramento, rispetto a un vincolo fisso, al qual peccato s’aggiungeva la pertinacia: dunque esso diventava irredimibile portando direttamente all’Inferno. I ricchioni “sposati”, che oggi ispirano tanta tenerezza quando li si vede la domenica mattina nei supermercati scegliere tra il “pacchero” e la “linguina” per tutta la settimana, ispirano tenerezza e indulgenza: dal Santo Padre alla Casalinga. C’è il Vincolo dell’Amore.

   E lì venivo a trattare di un caso pratico. C’è un quarantottenne attore, popolarissimo presso le ragazzine, che personalmente giudico assai attraente, il quale per decennî ha dovuto fingere focosissime storie d’amore femminili perché – egli ha dichiarato – glielo imponevano i suoi padroni: produttore, uffici stampa et similia. Essendo egli, Gabriel Garko (nome d’arte) di Casale Monferrato, al suo posto mi sarei consultato con don Gonzalo Fernandez di Cordoba e Alessandro Manzoni. Posto che fossi stato in grado di capire la grammatica dei Promessi sposi. Li hai mai letti, Gabriel?

   Ma egli è stato costretto dai suoi padroni (ufficio stampa, produttore, agente e non so che altro) a fingersi eterosessuale: tanto che io, gravemente errando, lo sfottevo di continuo, parendomi assai difficile che un bel ragazzo, dai tratti così spiccatamente – e vorrei dire ultroneamente – effeminati, avesse intense storie d’amore con improbabili e, per me, racchissime donne.

   Or che va a capitare: le azioni di Gabriel erano purtroppo in ribasso; i suoi padroni l’hanno capito: ed egli ha effettuato in diretta televisiva un coming out nel quale dichiarava la sua vera natura, piacergli solo i maschi, e intrattenere al momento un focoso rapporto d’amore (vincolo familiare, s’intende) con un ragazzo ventitreenne di Torre Annunziata, residente dalle parti della Malpensa perché ivi impiegato nello spostare i bagagli o qualcosa di simile: Gaetano Salvi: niente di che, se vedete le innumeri fotografie su Wikipedia.

   Di ciò s’è parlato moltissimo, specie nelle trasmissioni televisive e sui settimanali. Lagrimevoli confessioni (omnibus perpensis) di Gabriel. Beh, da coglione ho ritenuto di aggiungere anche la mia. Mi dichiaravo fortemente pentito per avere sfottuto un ragazzo palesemente fragile. Gli chiedevo perdono per averlo preso in giro su di un fatto così delicato che doveva causargli (credevo; e ancora oso credere) profondi traumi psichici. E dichiaravo che questo Gabriel, da qualche tempo in ribasso, fosse stato costretto dai suoi padroni a fingere un dolorante coming out televisivo per dolorosamente (o dolosamente, visto il fine per che l’avevano mandato?) proclamare la sua identità erotica: in realtà, per far parlare, comunque, di sé.

   I suoi padroni debbono avergli detto: “Non rendi più come velata, adesso tu ti dichiari in televisione, noi ti troviamo un fidanzato fisso, a posto, bruttino e sottoproletario, tu dichiari di aver incontrato il grande amore della tua vita, e tutto va in regola.” E così è andata avanti la ridda televisiva e dei settimanali. Nel mio articolo sul “Fatto” dichiaravo tutto ciò: beninteso, la mia – secondo me inconfutabile – ragione dei fatti. Ma guai a voler postulare una ragione! Che volete, mi piace trattare anche di quisquilie…

   Ora, è vero o non è vero che Garko è al centro degl’interessi nazionali? È vero o non è vero che dove mette, o se lo fa mettere, il cazzo, è cosa da superare per importanza tutta la nostra politica estera? E che il lavoratore della Malpensa è un personaggio d’interesse e importanza patriottiche, quasi maresciallo Badoglio? Infine, anche per la mia età, è vero che io sia uno scrittore di un qualche rilievo sul terreno italiano? Il mio articolo si concludeva, peraltro, con le scuse per averlo preso in giro nel passato, Garko, e con l’espressione di tenerezza e pietà perché un essere umano, quale egli è, fosse privato dai suoi padroni del minimo della libertà personale? Allora, o egli è un essere moralmente inqualificabile o, come propendo a credere, un essere reificato, trasformato in una mera res, ossia di una cosa fungibile alla quale ogni diritto è sottratto?

  La risposta è facile. E qui viene la mia perplessità. Su di Garko appaiono servizî anche quando acquista un nuovo cavallo: che, evidentemente, gli sta a cuore – buon per lui – più di Salvi Gaetano? Eppure, non un giornale, non una trasmissione radio- o televisiva, ha raccolto quel che mi pareva una argomentata riflessione. Volta, ora, a tentare di far capire a un mio sventurato fratello ch’è giunto il momento di viversela in proprio, la vita, quali che fossero le conseguenze: pure quelle di mettersi per istrada e “battere”, ma liberamente. Acchiappa dieci ragazzi al giorno, tanto sei bello e te lo puoi permettere!

   Ma, a quel che pare evidente, l’ufficio stampa di Gabriel esercita in fatto più potere di quello della Presidenza del Consiglio? E che, per riprendere l’aforisma in campo filosofico di Wittgenstein, “di ciò di che non si può parlare, parlare non si deve?”

   Partivamo da un piccolo gossip di ricchioni e siamo arrivati a una questione etica: e profonda. A me di Garko non importa nulla; ma ch’egli possa esercitare una libertà di uomo, diciamolo pure, importa per ragioni di principio. E, alla fine, ciò investe tutti noi.

   Mi aiuti, amato Direttore Vittorio, a capirci qualcosa? Sono incorso nel Sacrilegio? Verrò scomunicato, per “offesa alla sacralità della Famiglia”, donec aliter provideatur: ossia, quel rogo che per tanti motivi mi merito…

   Qualche tempo fa, il Sommo Pontefice ha reso noto che la Chiesa guarderebbe con occhio clemente un legislatore il quale attribuisse alle coppie omosessuali una tutela (quale?) così così come la garantisse alle cosiddette “coppie di fatto” eterosessuali. I divorziati non trascorsi per un annullamento rotale, e così via. Lo ha fatto non attraverso un documento, ma un’intervista a un settimanale: che dal punto di vista giuridico vaticano altro non è che l’espressione di un parere di uno, pur pregistosissimo, dei tanti.

   Questi preti sono bravissimi nel girare la frittata giusta convenienza. Solo pochi decennî fa i più saggi e più dotti dei Monsignori sostenevano: l’omosessualtà è un peccato mortalissimo, imperdonabile, soprattutto se inquadrato in un’unione la quale al peccatore facesse manifestare il proposito della fermezza e della durata nel tempo. L’omosessuale che invece fosse (per istrada e simili) caduto una tantum in tentazione, per poi pentirsi – e ripentirsi con il Sacramento della Confessione – cadeva in un peccato, nella scala, di minor gravità. La condanna di tale comportamento risale, peraltro, nemmeno al Vangelo, quanto piuttosto dalle veementissime prese di posizione delle Epistole paoline, di San Giovanni Crisostomo e di Santa Caterina, che decretano la consumazione dell’atto contro natura il più grave della scala dei crimini contro Dio. Adesso si propende per la via opposta: ma i buoi sono già scappati dalla stalla e di clienti ne restan pochi, per lo più in provincia.

   Vengo ora a un caso attualissimo e popolarissimo, quello dell’attore Gabriel Garko. Premessa: non lo conosco come non conosco nessuno del suo ambiente. Procedo per quelle che il Diritto chiama presunzioni. E ho anche colpe nei suoi confronti. Negli anni del passato ho scherzato su di lui, tanto mi pareva ridicolmente improbabile che non appartenesse al vasto ambito dei maschi attratti dagli altri maschi – cosa, che a mio vedere, non appartiene affatto all’ambito di ciò ch’è contro natura. Era difficile, pur se ribadisco di aver sbagliato, non sfottere un così palese ed effeminato omosessuale che ribadiva di avere profondi amori femminili.

   Glieli avevano procurati, questi amori, e imposti,  i suoi padroni, agente, produttori, ufficio stampa. Ai quali doveva obbedire – per un complesso di motivi non solo di carattere economico – perinde ac cadaver. Or Garko fa un’accorata confessione televisiva, fa il suo coming out: commosso e commovente, pur se diciamo, come un annuncio a tumulazione avvenuta. È omosessuale, lo è sempre stato, e ora ha un profondo legame d’amore con un ragazzo di Torre Annunziata che scarica i bagagli alla Malpensa. Le mie presunzioni dicono: i padroni dello sventurato Garko hanno deciso che il loro tutelato (ossia la loro cosa) era un po’ in ribasso, che come prodotto rendeva meno, e che serviva dunque creare un fatto clamoroso che lo riportasse al centro dell’attenzione. Hai fatto la “velata”? basta, devi essere l’eroe del coming-out. Ma non limitarti a questo: creati una vera storia d’amore (pur essa fabbricata da noi) che t’inquadri nella categoria piccolo-borghese dell’omosessuale che ha famiglia e vincolo basato sull’amore. Il Papa e la Casalinga già si estasiano all’idea della coppietta che al supermercato fa la domenica la spesa per tutta la settimana. Garko è stato dunque, per la seconda volta, reificato, reso una cosa alla quale si negano volontà e sentimenti. Peccato d’incomparabile gravità, se Dio esistesse. Non so se abbia Garko la forza di vergognarsene, pur non potendo impedirla, la reificazione. Ma non ci scherzo più sopra. Se fossi in lui, direi: sono omosessuale, vado per istrada, e mi scelgo dieci ragazzi al giorno come mi piace. Ma non può. Si tratta, invece, di uno sventurato privato dello stato di essere umano da parte d’interessi, in teoria opposti, di fatto coincidenti. Non voglio esprimermi sul cosiddetto “fidanzato”: tutti dobbiamo campare. Ma per lui, Gabriel Garko, provo solo tenerezza e pietà.

  . Il Fatto Quotidiano, 24. X. 2020.

Trent’anni fa, il 27 ottobre 1990, ci ha lasciati Ugo Tognazzi. E ci ha lasciati male. Era piombato nel baratro del “male oscuro”, quella depressione alla quale non c’è rimedio e alla quale, sovente, non c’è causa. Più facile curarla quando alla radice c’è un motivo esistenziale; ma quando, come ormai s’è capito, è una malattia di per sé, è

un castigo di Dio. Dalla vita aveva avuto tutto. Il suo ego sessualmente ipertrofico s’era soddisfatto. Era meritamente riconosciuto come uno dei nostri grandi; e glien’erano venuti guadagni corrispondenti. Aveva soddisfatto la passione per la cucina, la sua più grande. Era rimasto fedelissimo, e ricambiato, alla sua Cremona, benché abitasse presso Roma. Dopo la generazione di Totò e Peppino, che li precedeva, e dopo quella di Sordi, che ancora aveva precorso i loro passi, faceva parte di un gruppo che allora chiamavano “i bravi attori della commedia all’italiana”. Se ora li enumeriamo ci pare d’aver da fare con un trio di giganti: e dove li troveremo più? Gassman, Manfredi, Tognazzi: in fondo potremmo persino dire un quartetto, se si pensa che Tognazzi era del 1922 e Sordi solo del 1920.

   Aveva incominciato anche lui con la rivista, addirittura con Wanda Osiris. Ma non gli andò bene. Il primo film al quale partecipò è I cadetti di Guascogna, del 1950, in mano a un regista disprezzato generalmente e che a me pare un genio, Mario Mattoli. Poi il grandissimo successo televisivo con la trasmissione Un due tre, in coppia con Raimondo Vianello; che dal 1954 al 1959 attirava tutti gli italiani. Ma andò male, fu interrotta e proibita d’improvviso per aver “ecceduto nella satira politica.”

   Ci fu la valanga di films. Come gli altri del trio (o quartetto), Tognazzi non fu un attore esclusivamente comico. Certo, c’è il conte Mascetti, della serie Amici miei di Monicelli, il quale fa ridere partendo dalle tragedie della miseria e, poi, della malattia. Vogliamo i colonnelli (1973), di Monicelli, ti fa addirittura scompisciare per la dipintura d’ambiente e il suo generale tono grottesco: ma è la storia di un gruppo di poveri disgraziati, falliti, residuati, i quali sostituiscono alla vita un sogno, appunto, grottesco, che per la pena ti lascia l’amaro in bocca. Il registro grottesco è pure quello di Splendori e miserie di Madame Royale (1980), di Vittorio Caprioli: ma alla fine è la storia d’uno sventurato omosessuale, del tutto solo, che muore assassinato perché un cinico commissario di polizia l’ha ridotto a confidente, non l’ha “coperto” e l’ha abbandonato al suo destino. La marcia su Roma (1962), di Risi, è la storia di due miserabili braccianti che, nella loro miseria, s’illudono nel Fascismo, fanno la Marcia su Roma e si ritrovano più poveri di prima. Si ride, ma amaramente.  A ancor più ne Il federale (1961), di Luciano Salce. Ne Nell’anno del Signore (1969), di Luigi Magni, egli recita il ruolo di uno spietato cardinale di fine Settecento che senza freni mette mano alla ghigliottina.

   Poi c’è un Tognazzi assai più grottesco, che vediamo ne I mostri (1963), di Risi, e I nuovi mostri (1977), di Monicelli, Risi e Scola. E c’è un Tognazzi sottile, il quale non è perseguitato né persecutore ma ambo le cose: La bambolona (1968), di Franco Giraldi, nel quale vediamo un gran borghese, uomo di successo, che cade nella trappola d’una famiglia dell’infima borghesia e ci lascia le penne: sono turpi da ambo le parti; solo ch’essi sono così abietti ch’egli, di fronte a quel che per lui è l’ignoto assoluto, resta inerme.

   Quanti altri esempi potrei fare della sua cangevole personalità. Ci resta da dire che, come tutti i veri grandi, Ugo è stato un attore e basta, senza che noi si tenga conto di categorie e sottospecie.

www.paoloisotta.it

Libero, 24. X. 2020

   Un gruppo di miei fraterni amici milanesi ha fondato una nuova casa editrice che s’intitola Settecolori. Una di quelle scelte possibili, a questi lumi di luna, solo ai pazzi e ai santi: tanto più che a guardarne il catalogo, a partire dal 2021, si resta pieni d’ammirazione sia per il coraggio che per la raffinatezza delle scelte. Il nome della casa editrice, prima francese che italiano, richiede una spiegazione storica, anche perché così si arriverà al motivo di questo intervento. Robert Brasillach è stato uno dei più geniali e avanguardisti scrittori francesi tra le due guerre e fino al 1945. Era di estrema destra e ammiratore del Terzo Reich: ma per estetismo, non per convinzione politica criminale. Infatti ebbe il privilegio di essere condannato a morte e, pertanto, di divenire un martire: condannato non perché avesse commesso alcun crimine, ma solo per aver espresso idee: poi risultate sconfitte. Ben vero, tutti gl’intellettuali francesi, con un nutrito tasso di antifascisti – il che la dice lunga sulla differenza fra gli antifascisti francesi e i nostri, ai quali occorre mettere sempre le virgolette – insorsero contro tale condanna. La risposta di chi lo mandava a morte fu agghiacciante, perché da sola esprime il marchio della tirannide: si agisce non in nome del Diritto, in nome della Giustizia. Neanche sotto la civiltà sumerica si sarebbe osato pronunciare un siffatto principio.

   Or Les sept couleurs è un geniale romanzo proprio di Brasillach, che stravolge sia i generi che gli strumenti letterarî, adopera la tecnica del cinema nella narrazione, passa dall’epistolografia al racconto. Il romanzo ha un sol difetto, e non lieve. Tratta di travolgenti amori: non so se l’Autore avesse mai toccato una donna, ma tutti sanno che a Brasillach piacevano i maschi: nel suo coraggio, non ne faceva mistero alcuno, onde spiaceva anche a quella parte politica che avrebbe dovuto essere la sua. E se si facesse il catalogo degli omosessuali di destra ed estrema destra non la finiremmo più; ma perché, ripeto, l’estrema destra li attirava per motivi estetistici. (Beninteso, il caso Brasillach non va così banalizzato: egli ha scritto anche un bellissimo saggio su Virgilio che ha tutta la severità del vero classico.) Ma, certo, se rivediamo Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl, con tutti quei ragazzi biondi che si spogliano e si immergono nelle acque ghiacciate per le loro abluzioni, e poi le adunate del Congresso di Norimberga, un povero ricchione che poteva fare? Già lo condannavano quelli dello schieramento Dio-Patria-Famiglia, almeno il neo-paganesimo gli consentiva d’essere se stesso…

   Dunque, una casa editrice in omaggio a Brasillach. Benissimo; e coraggioso. Ma qui entro io con un tutt’altro discorso, che riguarda il cognato del martire. Si chiamava Maurice Bardèche ed era anche suo intimo amico; professò le medesime sue idee, e lo fece fino al 1998, non essendogli toccata la fortuna della condanna a morte. E fu anch’egli, sia chiaro, un grande scrittore. Adesso mi assumo la parte dell’advocatus diaboli e consiglio ai miei amici di non tradurre per le loro edizioni un titolo di Bardèche che, peraltro, sorprende non sia stato volto nella nostra lingua da qualcun altro. Attesone il valore intrinseco, l’unica spiegazione di una traduzione mancata è una damnatio all’Autore di carattere ideologico.

   Parlo del valore di uno Scrittore e di un suo libro, e al tempo stesso sconsiglio di tradurlo? Ho il dovere di spiegarmi.

   Il volume in questione, assai ampio (390 pagine in ottavo grande) è stato pubblicato per la prima volta nel 1974 da – guarda caso – Les sept couleurs, poi, in edizione rivista, nel 1988, da una casa editrice dal nome del pari fatidico, La Table Ronde. E s’intitola Flaubert. Ora qualcuno dei miei lettori può darsi sappia che nel campo della narrativa ho tanti amori ma una sola adorazione bipartita: Manzoni e Flaubert. Ho scritto, per esempio, di Thomas Mann, che giudico inferiore ai due giganti; ma non oserei mai poggiare le zampe su di loro. Però di Flaubert so tanto da poter spiegare la diffidenza ispiratami dal libro di Bardèche, e anche da lodarne i pregi.

   Sovente gli Autori di destra scrivono di getto; manca loro la rifinitura; e cadono talora in errori materiali dovuti a superficialità di documentazione. Bardèche è un prodigio nel senso contrario. Non c’è carta, o pagina di taccuino, che ignori. Di ogni opera spiega la genesi e ne racconta le versioni scartate, talune delle quali possibili e pregevolissime. Di più, racconta con una vastità non posseduta, a mia scienza, da altri Scrittori tutte le opere che il genio di Croisset progettò senza mai scrivere. Le analisi delle singole opere posseggono gran tratti d’intelligenza e di finezza letteraria. A un certo punto del libro mi sono accorto ch’esso non è stato concepito come un’introduzione al Sommo, bensì per lettori smaliziatissimi che del Sommo posseggono perfettamente le opere. Ma questo non è un difetto; è solo una caratteristica che fa del libro un’opera di autentica critica.

   Quanti anni avrà messo Bardèche a scrivere il Flaubert? Credo molti, non fosse che per la incredibile mole degli studî documentarî, che comprendono anche lo sterminato epistolario (in Italia credo di essere uno dei pochi che l’ha letto per proprio piacere). Ma non si spendono anni di fatiche, non si spandono fiumi d’intelligenza, per dedicarsi a qualcuno che ci è fondamentalmente antipatico. Bardèche è sempre all’erta, come un insonne cane da guardia. Oserei dire che, più di analizzare le opere del Normanno, le dissezioni, animato da un freddo furore di trovarvi ogni volta la tabe nascosta. Lo accusa di magniloquenza, enfasi, incapacità di trovare caratteri invece che solo manichini, effettacci, in Salammbô: ch’è, secondo me, il più grande romanzo storico mai scritto insieme, o, se vogliamo, dopo, I promessi sposi. Hérodiade è il terzo dei Tre racconti, ma la prospettiva ond’è contemplato il mondo antico è parimenti precisa e al tempo stesso vertiginosa. Gli sfugge invece, in quest’epopea ispirata da Polibio e svolgentesi a Cartagine tra la Prima e la Seconda Guerra Punica, quel che salta agli occhi di tutti: Flaubert è stato sì un grande puttaniere, ma la sua ossessione – segreta eppur ostesa in queste pagine – è il corpo maschile concepito in modo sadomasochistico. Le battaglie, e ancor più la scena del banchetto dei Mercenarî nei giardini di Amilcare, con che si apre il romanzo, lo dichiarano nel modo più palese. A Brasillach certo non sarà sfuggito; ma forse i due cognati avevano pudori nei loro dialoghi.

   Flaubert era lentissimo nel lavoro ed era ossessionato dallo scrupolo della precisione nei particolari: L’educazione sentimentale si svolge sotto Luigi Filippo ma fu scritta negli ultimi anni di Napoleone III; ond’egli si documentò storicamente allo stesso modo che aveva seguito coi Cartaginesi di un’epoca favolosamente lontana: e sì che sotto Luigi Filippo egli era vissuto. Ciò induce Bardèche a sminuire i due grandi romanzi “borghesi” siccome creature un po’ stentate, scritte faticosamente pagina dopo pagina, senza quel getto unitario che caratterizza, secondo lui, Stendhal e Balzac. E invece, Madame Bovary e L’educazione non sono solo tra i più grandi documenti storici mai scritti: c’è dentro un’intera epoca; sono anche fra le più potenti insieme e sottili analisi del cuore umano mai concepite.

   Bouvard e Pécuchet può avere i suoi difetti, anche per essere un’opera incompiuta che non sapremo mai quale via avrebbe intrapreso. Bardèche ha giuoco facile a demolire l’ultimo romanzo; chissà quale meraviglia sarebbe stato quello sulle Termopili, che Flaubert aveva sognato. L’unica creazione del Normanno che il nostro critico ami fino in fondo è La tentazione di Sant’Antonio; e, ciò che favorevolmente sorprende, nelle tre diverse versioni, là ove la critica giudica la prima poco più di una fantasticheria puerile. Ebbene, non ci si crederà, ma questo capolavoro non è oggi disponibile da noi sul mercato: si trova solo, usato, su internet, perché qualche decennio fa una piccola casa editrice fece il generoso tentativo di tradurne la terza versione, e solo quella. Agli amici della Settecolori dico allora: non pretendo che pubblichino in volume le tre versioni, ma almeno la terza, la più breve. Ma solo a condizione che trovino un traduttore confessato e comunicato, il quale, oltre al francese e all’italiano, conosca le sottigliezze della barbarica teologia del IV secolo, la filosofia antica, la mitografia e abbia letto il Gibbon – capolavoro dal quale imparerà chi fosse il vero Sant’Antonio Abate, feroce capobandito egiziano. Tra i ragazzi, dal marasma della generalizzata imbecillità, sorgono ogni tanto sorprendenti talenti. Chi sa se ne trovassero uno in grado di far contenti sia Bardèche che me.

   

Libero, 24. X. 2020

   Un gruppo di miei fraterni amici milanesi ha fondato una nuova casa editrice che s’intitola Settecolori. Una di quelle scelte possibili, a questi lumi di luna, solo ai pazzi e ai santi: tanto più che a guardarne il catalogo, a partire dal 2021, si resta pieni d’ammirazione sia per il coraggio che per la raffinatezza delle scelte. Il nome della casa editrice, prima francese che italiano, richiede una spiegazione storica, anche perché così si arriverà al motivo di questo intervento. Robert Brasillach è stato uno dei più geniali e avanguardisti scrittori francesi tra le due guerre e fino al 1945. Era di estrema destra e ammiratore del Terzo Reich: ma per estetismo, non per convinzione politica criminale. Infatti ebbe il privilegio di essere condannato a morte e, pertanto, di divenire un martire: condannato non perché avesse commesso alcun crimine, ma solo per aver espresso idee: poi risultate sconfitte. Ben vero, tutti gl’intellettuali francesi, con un nutrito tasso di antifascisti – il che la dice lunga sulla differenza fra gli antifascisti francesi e i nostri, ai quali occorre mettere sempre le virgolette – insorsero contro tale condanna. La risposta di chi lo mandava a morte fu agghiacciante, perché da sola esprime il marchio della tirannide: si agisce non in nome del Diritto, in nome della Giustizia. Neanche sotto la civiltà sumerica si sarebbe osato pronunciare un siffatto principio.

   Or Les sept couleurs è un geniale romanzo proprio di Brasillach, che stravolge sia i generi che gli strumenti letterarî, adopera la tecnica del cinema nella narrazione, passa dall’epistolografia al racconto. Il romanzo ha un sol difetto, e non lieve. Tratta di travolgenti amori: non so se l’Autore avesse mai toccato una donna, ma tutti sanno che a Brasillach piacevano i maschi: nel suo coraggio, non ne faceva mistero alcuno, onde spiaceva anche a quella parte politica che avrebbe dovuto essere la sua. E se si facesse il catalogo degli omosessuali di destra ed estrema destra non la finiremmo più; ma perché, ripeto, l’estrema destra li attirava per motivi estetistici. (Beninteso, il caso Brasillach non va così banalizzato: egli ha scritto anche un bellissimo saggio su Virgilio che ha tutta la severità del vero classico.) Ma, certo, se rivediamo Il trionfo della volontà di Leni Riefenstahl, con tutti quei ragazzi biondi che si spogliano e si immergono nelle acque ghiacciate per le loro abluzioni, e poi le adunate del Congresso di Norimberga, un povero ricchione che poteva fare? Già lo condannavano quelli dello schieramento Dio-Patria-Famiglia, almeno il neo-paganesimo gli consentiva d’essere se stesso…

   Dunque, una casa editrice in omaggio a Brasillach. Benissimo; e coraggioso. Ma qui entro io con un tutt’altro discorso, che riguarda il cognato del martire. Si chiamava Maurice Bardèche ed era anche suo intimo amico; professò le medesime sue idee, e lo fece fino al 1998, non essendogli toccata la fortuna della condanna a morte. E fu anch’egli, sia chiaro, un grande scrittore. Adesso mi assumo la parte dell’advocatus diaboli e consiglio ai miei amici di non tradurre per le loro edizioni un titolo di Bardèche che, peraltro, sorprende non sia stato volto nella nostra lingua da qualcun altro. Attesone il valore intrinseco, l’unica spiegazione di una traduzione mancata è una damnatio all’Autore di carattere ideologico.

   Parlo del valore di uno Scrittore e di un suo libro, e al tempo stesso sconsiglio di tradurlo? Ho il dovere di spiegarmi.

   Il volume in questione, assai ampio (390 pagine in ottavo grande) è stato pubblicato per la prima volta nel 1974 da – guarda caso – Les sept couleurs, poi, in edizione rivista, nel 1988, da una casa editrice dal nome del pari fatidico, La Table Ronde. E s’intitola Flaubert. Ora qualcuno dei miei lettori può darsi sappia che nel campo della narrativa ho tanti amori ma una sola adorazione bipartita: Manzoni e Flaubert. Ho scritto, per esempio, di Thomas Mann, che giudico inferiore ai due giganti; ma non oserei mai poggiare le zampe su di loro. Però di Flaubert so tanto da poter spiegare la diffidenza ispiratami dal libro di Bardèche, e anche da lodarne i pregi.

   Sovente gli Autori di destra scrivono di getto; manca loro la rifinitura; e cadono talora in errori materiali dovuti a superficialità di documentazione. Bardèche è un prodigio nel senso contrario. Non c’è carta, o pagina di taccuino, che ignori. Di ogni opera spiega la genesi e ne racconta le versioni scartate, talune delle quali possibili e pregevolissime. Di più, racconta con una vastità non posseduta, a mia scienza, da altri Scrittori tutte le opere che il genio di Croisset progettò senza mai scrivere. Le analisi delle singole opere posseggono gran tratti d’intelligenza e di finezza letteraria. A un certo punto del libro mi sono accorto ch’esso non è stato concepito come un’introduzione al Sommo, bensì per lettori smaliziatissimi che del Sommo posseggono perfettamente le opere. Ma questo non è un difetto; è solo una caratteristica che fa del libro un’opera di autentica critica.

   Quanti anni avrà messo Bardèche a scrivere il Flaubert? Credo molti, non fosse che per la incredibile mole degli studî documentarî, che comprendono anche lo sterminato epistolario (in Italia credo di essere uno dei pochi che l’ha letto per proprio piacere). Ma non si spendono anni di fatiche, non si spandono fiumi d’intelligenza, per dedicarsi a qualcuno che ci è fondamentalmente antipatico. Bardèche è sempre all’erta, come un insonne cane da guardia. Oserei dire che, più di analizzare le opere del Normanno, le dissezioni, animato da un freddo furore di trovarvi ogni volta la tabe nascosta. Lo accusa di magniloquenza, enfasi, incapacità di trovare caratteri invece che solo manichini, effettacci, in Salammbô: ch’è, secondo me, il più grande romanzo storico mai scritto insieme, o, se vogliamo, dopo, I promessi sposi. Hérodiade è il terzo dei Tre racconti, ma la prospettiva ond’è contemplato il mondo antico è parimenti precisa e al tempo stesso vertiginosa. Gli sfugge invece, in quest’epopea ispirata da Polibio e svolgentesi a Cartagine tra la Prima e la Seconda Guerra Punica, quel che salta agli occhi di tutti: Flaubert è stato sì un grande puttaniere, ma la sua ossessione – segreta eppur ostesa in queste pagine – è il corpo maschile concepito in modo sadomasochistico. Le battaglie, e ancor più la scena del banchetto dei Mercenarî nei giardini di Amilcare, con che si apre il romanzo, lo dichiarano nel modo più palese. A Brasillach certo non sarà sfuggito; ma forse i due cognati avevano pudori nei loro dialoghi.

   Flaubert era lentissimo nel lavoro ed era ossessionato dallo scrupolo della precisione nei particolari: L’educazione sentimentale si svolge sotto Luigi Filippo ma fu scritta negli ultimi anni di Napoleone III; ond’egli si documentò storicamente allo stesso modo che aveva seguito coi Cartaginesi di un’epoca favolosamente lontana: e sì che sotto Luigi Filippo egli era vissuto. Ciò induce Bardèche a sminuire i due grandi romanzi “borghesi” siccome creature un po’ stentate, scritte faticosamente pagina dopo pagina, senza quel getto unitario che caratterizza, secondo lui, Stendhal e Balzac. E invece, Madame Bovary e L’educazione non sono solo tra i più grandi documenti storici mai scritti: c’è dentro un’intera epoca; sono anche fra le più potenti insieme e sottili analisi del cuore umano mai concepite.

   Bouvard e Pécuchet può avere i suoi difetti, anche per essere un’opera incompiuta che non sapremo mai quale via avrebbe intrapreso. Bardèche ha giuoco facile a demolire l’ultimo romanzo; chissà quale meraviglia sarebbe stato quello sulle Termopili, che Flaubert aveva sognato. L’unica creazione del Normanno che il nostro critico ami fino in fondo è La tentazione di Sant’Antonio; e, ciò che favorevolmente sorprende, nelle tre diverse versioni, là ove la critica giudica la prima poco più di una fantasticheria puerile. Ebbene, non ci si crederà, ma questo capolavoro non è oggi disponibile da noi sul mercato: si trova solo, usato, su internet, perché qualche decennio fa una piccola casa editrice fece il generoso tentativo di tradurne la terza versione, e solo quella. Agli amici della Settecolori dico allora: non pretendo che pubblichino in volume le tre versioni, ma almeno la terza, la più breve. Ma solo a condizione che trovino un traduttore confessato e comunicato, il quale, oltre al francese e all’italiano, conosca le sottigliezze della barbarica teologia del IV secolo, la filosofia antica, la mitografia e abbia letto il Gibbon – capolavoro dal quale imparerà chi fosse il vero Sant’Antonio Abate, feroce capobandito egiziano. Tra i ragazzi, dal marasma della generalizzata imbecillità, sorgono ogni tanto sorprendenti talenti. Chi sa se ne trovassero uno in grado di far contenti sia Bardèche che me.

   

Il Fatto Quotidiano, 17. X. 2020

   Alberto Anile, di nascita catanese, è uno dei migliori storici del cinema che vi siano. Accede con grande pazienza alle fonti, che sono archivî, archivî privati che per lui si aprono, epistolarî editi e inediti, ricordi confidatigli da vivi o defunti. Cultura e memoria gli sono concesse in modo non consueto. È Autore, tra l’altro, di due libri su Totò (1998 e 2017), che mi sono stati utilissimi e mi hanno donato gioia, vista la mia adorazione per il Sommo: sebbene ogni tanto i nostri giudizî non collimino. Adesso, per il centenario della nascita di Alberto Sordi, ne pubblica uno su Albertone: Alberto Sordi, Centro Sperimentale di Cinematografia, Edizioni Sabinae, pp. 303, euro 30. Edizione di lusso, in carta patinata, con un imponente apparato iconografico. E c’è da credere che tale volume Anile da lunga pezza preparasse, vista la profondità e l’acribia dei riferimenti storici; e non solo, perché il libro non è una semplice biografia, ma contiene un discorso estetico e sociale profondo e complesso.

   Gli inizî di Sordi! Naturalmente, furono teatrali, come quelli di Totò, sebbene Alberto provenisse dalla successiva generazione. Come i suoi, furono segnati dalla più nera fame. “Un cappuccino e una brioche, ecco il nostro sostentamento quotidiano.” Tali inizî sono rievocati in Polvere di stelle, un film meraviglioso ancorché girato sotto la stessa regia di Albertone. E qui si apre un discorso ove Anile funge da medico severo. La diffidenza di carattere lo portò, a un certo punto, a voler liberarsi dai registi: e sì che ne aveva avuti di grandissimi. I films suoi girati sotto la sua direzione, specie quelli dell’ultimo periodo, sono mediocri insieme e velleitarî. Non s’immagina con quanto dolore ciò debba ammettersi, specie da parte degli ammiratori di un vero e proprio genio quale egli è.

   La parte sugli esordî e poi le prime affermazioni dimostra non solo la difficoltà che anche un talento palese, si dovrebbe dire, agli occhi di tutti, incontra; contiene una parte assai spassosa sugli scherzi, sovente pesantissimi, ch’egli infliggeva ad amici e sconosciuti. Diciamo che cominciarono a prenderlo in considerazione con I Vitelloni: e, si faccia caso, in un ruolo terribilmente tragico, non in quello del vero o fittizio cordialone. Gli scherzi, a loro volta, testimoniano di un lato, dirò così, sadico, della sua personalità: il quale, combinandosi con la sua diffidenza e la sua pretesa avarizia, ha portato i più a credere che l’uomo Sordi non differisse dalla gran parte dei suoi personaggi.

   Incominciamo col dire che la sua avarizia era una odiosa leggenda: praticava la carità ampiamente, ma in forma anonima. Il discorso intorno al suo essere o meno come i suoi personaggi, molto discorde, è quello più complesso affrontato da Alberto Anile. Un’analisi sociologica dell’Italia del dopoguerra, e anche degli Anni Sessanta e Settanta, porta il nostro Autore a concludere che Sordi si fabbricasse un personaggio su misura per un pubblico piccolo-borghese in ascesa, o ch’era ossessionato dal terrore di discender dal grado sociale al quale era pervenuto. Un catalizzatore d’un non nobile sentimento collettivo, Alberto.

www.paoloisotta.it

Libero, 15. X. 2020

L’Alberto Sordi uomo era, in fondo, un buono. Spendeva poco. “Che compro a fà, se ho già tutto?” Come vuoi contraddirgli? A parte le case fuori Roma, che progressivamente smise di frequentare, c’era la sua principesca, ma non volgare nel lusso, quella di via Druso. Ammetteva pochi ospiti perché, questo sì, era diffidente. Ma oggi è una Fondazione, e persino aperta al pubblico, nel centenario della sua nascita. Un libro, con pregevoli contributi e una silloge di ottime fotografie, celebra questo evento: Alberto Sordi. 1920-2020, a cura di Alessandro Nicosia, con Vincenzo Mollica e Gloria Satta, Milano, Skira, pp. 255, euro 35. La sua avarizia era proverbiale, ma pur essa una leggenda. Certo, amministrava oculatamente il suo. Ma compiva cospicui atti di generosità verso i bisognosi, oggi lo sappiamo per certo, in forma rigorosamente anonima.

 Tanti personaggi creati da Sordi sono invece improntati a falsità, doppiezza e soprattutto vigliaccheria. Si veda Totò e i re di Roma, la sola volta che i due si siano affiancati. Sordi è insuperabile nel servilismo verso il potente e nella perfidia verso un povero disgraziato, Ercole Pappalardo, Totò. Questi dipende da trent’anni dal Ministero in qualità di archivista capo, e i superiori gli fanno sapere che se non conseguirà almeno la licenza elementare perderà il posto. In commissione Sordi, leccaculo del Direttore Generale, lo manda facilmente a gambe all’aria; al povero bocciato e licenziato non resta che il suicidio. Questo film ha per registi Monicelli e Steno. In tanti altri films Sordi è implacabile nello svelare quale possa essere la cattiveria dei poveri.

   Povero, anzi poverissimo, era stato egli stesso agli esordî, come documenta il meraviglioso Polvere di stelle. È uno dei pochi films ben riusciti girati sotto la sua regia. Diffidente, ripeto, per natura, possedeva il complesso che i registi lo prevaricassero. Così tanti films mediocri, specie negli ultimi anni. Come paragonarli ai capolavori assoluti girati sotto Risi e Monicelli? Basterebbero i tre episodî de I nuovi mostri, sapientemente diversi a mostrare la latitudine delle espressioni del nostro genio, a garantirne l’immortalità.

   Quanto fosse povero, al punto che la sussistenza quotidiana si limitava a un cappuccino e una brioche – e doveva lavorare come un negro, i tempi del cinema non erano ancor giunti – lo documenta un altro ottimo libro or uscito, Alberto Sordi, di Alberto Anile (Centro Sperimentale di Cinematografia, Edizioni Sabinae, pp. 303, euro 30). Anile, catanese di origine, è uno dei nostri migliori storici del cinema: in particolare gli si deve una serie di volumi su Totò, dei quali due corposissimi, che si situano fra i migliori della bibliografia sul Sommo. Questo libro, ricchissimo di documenti, oltre che d’immagini ben selezionate, è una sorta di biografia scientifica di Albertone che sfata tutte le leggende e aggiunge notizie sconosciute e dimenticate; ed è una preziosa silloge d’immagini. Irresistibile il racconto degli scherzi, anche crudeli, da Alberto sugli amici esercitati. L’Autore, peraltro, non rinuncia affatto alla sua funzione critico-estetica: e dà un giudizio equanime, talvolta giustamente severo, di uno dei più grandi attori del secolo. In lui, a grado che gli anni passavano, si faceva strada subdolamente quell’ipocondria propria di tutti gli attori comici; fino a quella degli ultimi anni, presente la malattia.

   Ché poi, Sordi solo attore comico non era per nulla. Il film che gli aprì la strada del successo, dopo Lo sceicco bianco, pure di Fellini, che andò malissimo, I vitelloni, manifesta di lui un vero personaggio tragico, un giovane votato irrimediabilmente al fallimento. Così Una vita difficile, di Risi, nel quale da ridere c’è ben poco. Anche Il vedovo, sempre di Risi, fa ridere: ma è un riso amaro, anche qui presentandosi la tragedia del fallimento di un uomo che, umiliato, vorrebbe ma non può: finché il destino glielo certifica nel modo più aperto. (Che dire poi, in questo capolavoro, dell’interpretazione di Franca Valeri?). E Un borghese piccolo piccolo, di Monicelli? Nella prima parte, quella dedicata alla vita quotidiana di un Ministero, si ride a nostro malgrado, tanto meschino e squallido è l’ambiente. Nella seconda il film acquista una tensione tragica, incentrata sull’insondabilità dell’interrogativo metafisico sul Male, e tutto parte dall’interpretazione di Albertone, non più tale, quasi irriconoscibile quale uomo distrutto che diviene.

 “Che c’entra, Charlie Chaplin è stato un grandissimo attore, ma Totò era un genio!”. Basterebbe questa frase rubata a un’intervista televisiva per capire l’intelligenza e il livello artistico di questo grande artista. Quando morì, nel 2003, per due giorni una folla immensa sfilò nella sua camera ardente; e alle sue esequie parteciparono 250.000 persone, quasi quanto a quelle napoletane di Totò. E non parliamo di altre tragedie, come La grande guerra di Monicelli e Detenuto in attesa di giudizio, di Loy. A bilanciare tanto orrore, c’è il Nando Moriconi de Un americano a Roma, di Stenio, dove si ride tanto che dobbiamo essergli grati come lo si è verso un Santo.

   Sordi non è stato solo uno dei più grandi attori. È un fustigatore di quel che noi Italiani siamo nel peggio; del meglio, pare che vogliamo dimenticarci. Per questo non dobbiamo limitarci a vedere e rivedere i suoi films, ma anche a leggere i libri buoni a lui dedicati.

www.paoloisotta.it

  

ww.paoloisotta.it

 

Libero, 3. IX. 2020

Marco Aurelio Antonino Pio Augusto, nato Settimio Severo Bassiano, generalmente conosciuto sotto il nomignolo di Caracalla, fu uno dei più crudeli imperatori romani. Nacque a Lione nel 188 e morì nel 217 a Carre, stroncato da una troppo tardiva congiura: Carre, nome fatidico di sventura per la storia di Roma. Non appena asceso al trono per la morte del padre Settimio Severo, il quale già ammalato, era scomparso a Eburacum, oggi York, combattendo contro le selvagge tribù locali, non intimorite dal Vallo, fece uccidere il fratello Geta, che nelle volontà del padre avrebbe dovuto regnare pariteticamente con lui: e i sicarî non vennero trattenuti dal fatto che Geta si fosse rifugiato in seno alla madre Giulia Domna, stringendosi disperatamente a lei. Ella rimase imbrattata del sangue del figlio e ferita; e ci voleva un’incredibile forza d’animo per non impazzire dopo un tale misfatto. Indi Caracalla fece uccidere ventimila persone, in qualche modo ree di aver avuto a che fare col fratello assassinato. Poi compì un terribile eccidio sulla gioventù di Alessandria, convocata a tradimento, e persino uno, del pari a tradimento, sui dignitarî Parti, in uno dei pochi momenti che le due Nazioni non fossero in guerra. Il padre, grande condottiero, aveva inflitto loro pesanti sconfitte. Il figlio non può ch’esser visto alla luce della psicopatia grave.

   Caracalla ci ha lasciato le Terme e un editto, rettamente Constitutio Antoniniana, col quale estendeva a tutti i nati liberi dell’Impero la cittadinanza romana. Non v’era in ciò alcun intento illuminato: il provvedimento aveva fini fiscali, e aggravava lo stato della popolazione, fino a quel momento retto da una molteplicità di regimi. Il tema della Constitutio Antoniniana, inserito in una più vasta trattazione della cittadinanza, può leggersi in un ammirevole libro or sortito, pieno di sottigliezza ed erudizione, Civitas Romana, civitas mundi. Saggio sulla cittadinanza romana, di Antonio Palma (Giappichelli, pp. 139, euro 14).

   Caracalla portava sangue africano per parte di padre, siriaco per parte di madre. E questo accende una riflessione sull’ecumenicità dell’Impero, sull’assoluta mancanza di razzismo avuta da Roma. Più da vicino si deve esaminare la storia di Giulia Domna, anche per cernere l’importanza avuta, in un non breve giro di anni, dalla Siria nella vita di Roma; e a far ciò aiuta un bellissimo libro, pur esso recente, di Francesca Ghedini, Giulia Domna (Carocci, pp. 267, euro 24). Ella era nata nel 170 nella ricca e antica città di Demesa e proveniva da un rango eminente: il padre era il sommo sacerdote del Sole. Quand’era adolescente, le venne profetizzato il trono. Come rapidamente si diffondevano le notizie, o le dicerie, allora, senza radio, senza internet! Della profezia giunse all’orecchio di Settimio Severo, militare e politico di belle speranze. In quel momento egli era a Lugdunum, ossia Lione. Di lì egli avviò una trattativa col padre di lei avente per fine il matrimonio. Il consenso venne intelligentemente prestato; e la ragazza venne spedita in Gallia per le nozze.

   Settimio Severo fu un grande imperatore, e il suo principato fu assai lungo; pur se dispotico e implacabile nella vendetta: il che agli occhi del Gibbon quasi oscura la sua gloria. Giulia Domna gli fu accanto discretamente ed efficacemente. Ciò non fu facile, giacché ella aveva da superare – quietamente e in silenzio – l’ostilità del potentissimo Prefetto del Pretorio Plauziano, dalla smisurata ambizione, ma amico sin dalla gioventù dell’Augusto. Plauziano venne poi assassinato in una congiura ordita da Caracalla durante gli ultimi giorni di vita del padre. Ma quanto difficile dovette esser la vita di questa grande donna, se pensiamo che, asceso Caracalla al trono, ella dovette in silenzio, e sempre nel terrore di chi sa quali conseguenze, convivere col folle e onnipotente figlio, tentando solo con delicatezza di dargli utili consigli, non rispettati. In tale mondo terribile la sua sola ancora fu la cultura. Mecenate, cultrice di filosofia, radunò attorno a sé i sapienti e gli artisti. Nel corso del principato dello sposo era giunta a portare l’appellativo di mater castrorum, madre degli eserciti; e nella considerazione salì ancora più in alto. Nel libro della Ghedini tutta la seconda parte è un’indagine sulle immagini, dalle statue ai sigilli agli ornamenti, afferenti a Giulia Domna: qui a parlare non sono le carte (Cassio Dione in primis) ma il marmo, la pietra, le pietre preziose, il metallo delle monete. Ella godette di un vero culto.

   Dopo la morte di Caracalla a Giulia Domna non restò più spazio vitale. Ella non volle gettarsi ai piedi del nuovo Imperatore, Macrino, e morì. Chi sostiene per malattia, chi per un lento suicidio avvenuto per inedia. Quale che sia la causa della morte, la sua figura esce circonfusa di eroismo.

   La mia passione per la storia romana è stata appagata dalla lettura delle due opere delle quali qui parlo.

Wwwpaoloisotta.it

 Il Fatto Quotidiano, 4. IX. 2020

   Giulia Domna nacque nel 170 p. Ch. nell’antica e prospera città di Emesa, in Siria. Suo padre era il gran sacerdote del Sole: il culto del quale veniva osservato in tutto l’Oriente, prima che a Roma Aureliano instaurasse il padre della luce quale somma divinità. Il nome Domna nasce da una radice semitica: ma un giorno, in Occidente, sarebbe stato interpretato siccome Domina; e questo si comprende per una figura che un giorno avrebbe portato l’appellativo di mater castrorum, madre degli eserciti.

   Or accadde che a lei, ancor adolescente, venisse profetizzato il trono; e questa profezia giungesse all’orecchio del militare Settimio Severo, che si trovava a governare a Lione. Settimio era africano, di Leptis Magna: la società romana era quanto di meno razzista vi fosse, e integrava tutti nel suo alveo – beninteso, Settimio non era negro. Allora il condottiero trattò per lettera il suo matrimonio con la giovane donna; dopo il consenso paterno, ella venne spedita in Gallia per la celebrazione e la consumazione delle nozze.

   Finalmente, Severo giunse al principato. Il suo impero sarebbe durato a lungo; e sarebbe stato prospero, equilibrato e ricco di vittorie militari. Domna regnò al suo fianco. Ella sarebbe stata un’imperatrice amante della filosofia e delle arti, una mecenate. Ma a lungo sarebbe stata nell’ombra, per l’ostilità che nei suoi confronti nutriva il Prefetto del Pretorio, Plauziano, del quale l’Imperatore molto si fidava. Plauziano sarebbe stato ucciso in una congiura organizzata da Caracalla nel febbraio del 211, durante gli ultimi giorni di vita del padre. Settimio, instancabile guerriero, morì a Eburacum, l’odierna York, combattendo contro le temibili tribù locali. Sarebbero dovuti salire al trono, congiuntamente, i due figli aviti da Giulia Domna, Bassiano, appunto, detto Caracalla, e Geta. Essi si odiavano, e Caracalla, asceso al soglio, lo fece assassinare dai suoi: Geta s’era rifugiato in seno alla madre, la quale ne risultò tutta bruttata di sangue e persino ferita.

   Caracalla si diede a crimini orrendi: a Roma, in Egitto, contro i Parti. Giulia Domna non potette far nulla per impedir tali crimini. Quando finalmente il mostro morì, ella a sua volta lasciò la vita: chi dice per malattia, chi per suicidio. La storia di questa grande donna, dotata di non comuni intelligenza ed equilibrio, è narrata nel bellissimo libro di Francesca Ghedini Giulia Domna  (Carocci, pp. 267, euro 24); del quale libro si ammirerà, oltre la dotta e avvincente narrazione biografica, la seconda parte, dedicata alla ricostruzione delle effigi su monete, statue, sigilli, dell’Imperatrice. L’atto per il quale Caracalla è ricordato è la Constitutio Antoniniana, ossia l’estensione della cittadinanza romana e tutti i nati liberi dell’Impero. Essa fu causata non da ideologia ma da motivi fiscali. Il tema della cittadinanza è trattato in un altro libro adesso uscito, il magistrale e complesso Civitas Romana, civitas mundi. Saggio sulla cittadinanza romana, di Antonio Palma (Giappichelli, pp. 139, euro 14). La mia passione per la storia romana è stata appagata dalla lettura delle due opere delle quali parlo qui.

Wwwpaoloisotta.it

Libero, 19. IX. 2020

   Sono in vacanza a Ischia, e come sempre torno a vedere la villa del grande compositore William Walton. Nel 1956 egli aveva scelto di trasferirsi a vivere in Italia insieme con la moglie argentina Susana, e si era stabilito a Ischia. Comprò un terreno roccioso e, piano piano, incominciò a realizzare il suo incomparabile progetto. Sotto le rocce, di natura vulcanica, scorrono acque pur esse vulcaniche. Inutile ricordare che il terreno vulcanico è feracissimo. Dal 1960 sir William incominciò a far piantare essere rarissime e comuni, di ogni parte del globo, dalle tropicali alle artiche, miracolosamente conviventi grazie alle acque sotterranee che creano una temperatura atta ad ambientarle tutte. Il giardino fu realizzato dall’architetto di giardini britannico Russell Page: l’architettura di giardini è arte praticata in Inghilterra particolarmente, e il suo principale esponente è il settecentesco “Capability” Brown. La sua caratteristica è quella di inzeppare artificiosamente le piante in uno spazio ristretto (quello della Villa Walton ristretto non è) dando l’impressione che l’area sia vasta.

   Il maestro Walton morì nel 1983, e resta uno dei più importanti compositori inglesi. Il suo amore per Napoli era immenso, e nella casa di Forio egli possedeva anche una ricca collezione di Pulcinella. La vedova gli sopravvisse fino al 2010, e dopo la scomparsa del Maestro le piantagioni continuarono. Oggi la Villa “La Mortella” è gestita da una Fondazione, la quale si preoccupa di aprire il giardino al pubblico tre giorni per settimana e di manutenerlo con una precisione e un amore che definire encomiabili è poco.

   Girare per i viali ti restituisce la pace con te stesso, e l’essere immersi nel verde ti procura una pace soprannaturale. “La Mortella” è un vero luogo dell’anima. Il vallone è una parte foltissima; i viali superiori raccolgono felci e aloe in centinaia di varianti. Tocchi ruscelli e stagni, ove allocano le ninfee di ogni tipo. I visitatori, per lo più stranieri, sono civilissimi; nessuno strappa una foglia, e si astengono anche solo dal toccare le piante. Il giardino è concepito da Page giusta la regola della sorpresa e dell’inzeppamento delle aiuole con l’impressione che lo spazio si moltiplichi.

   Non credo che Walton fosse cristiano, sebbene sia autore anche di musica sacra; altrimenti non avrebbe costruito il tempietto sovrastante nella parte superiore. Sulla parete principale un simbolo solare, una figura aureolata di raggi. La circondano i simboli dello zodiaco. Il centro è la celebrazione apollinea: la nascita del dio; Apollo sul carro tirato da cigni. Le nove Muse cantano accompagnandosi con strumenti musicali. Nella terza stanza, più oscura, versi del VI dell’Eneide parlano dell’ombra che precede l’ingresso all’Ade. Vorrei ricordare che il culto del Sole è antichissimo e risorgente. Venne imposto, e gli altri dei retrocessi, dal re egizio Akhenaton; ma alla sua morte i sacerdoti degli altri culti li ripristinarono. Divinità solare, fusa con Apollo-Sole, è Mitra, di origine orientale, che nell’Impero di Roma era adorata soprattutto dall’esercito: la sua festa cade il solstizio d’inverno. Lo stesso Tiberio era iniziato ai suoi misteri. Uno dei più grandi Imperatori romani, Aureliano, vissuto dal 214 al 275 dell’era volgare, istituì la festa del Dies natalis Solis invicti, la Nascita del Sole invitto, che veniva a porsi al di sopra del pantheon classico. Questa si celebrava il 25 dicembre, come quella di Mitra. Or credo basti la semplice enunciazione di questi fatti storici per concludere che illa de Christo fabula, quella favola di Cristo, come si esprime papa Leone X, mutua da religioni precedenti o contemporanee, o imita, l’apparato simbolico. Allo scopo di costituire Cristo come una divinità solare, la nascita della quale coincide con la rinascita della luce e della Natura.

   Chissà quanti fra i visitatori de “La Mortella”, entrando nel tempietto, sono in condizione di cogliere l’altrimenti chiarissimo messaggio lasciatoci dal maestro Walton. Il suo giardino è una festa della Natura, e il tempietto ne celebra il divino vertice, il Sole.

www.paoloisotta.it