Gli Articoli

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Il Fatto Quotidiano, 2. X. 2019.

 

Per spiegare perché nutrissi per Jessye Norman una reale venerazione dovrò ricorrere a un fenomeno inspiegabile che si verifica tanto nel teatro d’Opera quanto nella prosa. A un certo punto un artista entra in scena. Possiede una personalità tale ch’è come se tutto attorno a lei si paralizzasse. Elettrizza e diventa il centro del palcoscenico pur se non ha emesso una sola nota. Avveniva così con Maria Callas; meno con Renata Tebaldi, che pure aveva una voce molto più bella e realizzava il testo musicale con autentica perfezione. Jessye Norman era come una fusione delle due, pur se praticasse poco il repertorio cosiddetto “lirico” nel quale Renata eccelleva e fosse un tipico “soprano drammatico” – sebbene non sempre. Oggi che ci ha lasciato, possiamo dire fosse uno degli ultimi soprani drammatici viventi e uno dei sommi della storia.

   Purtroppo non l’ho mai conosciuta. L’ho vista per la prima volta cantare un’Africaine di Meyerbeer nel 1971 al Maggio Musicale Fiorentino,  in italiano e tagliatissima. Aggiungo che quest’Opera, un tempo molto popolare, è l’estremo conato di un compositore sapiente ma pieno di eterogeneità stilistiche, il quale vi lavorò decennî senza riuscire a darle una definitiva fisionomia. A tratti sembra di Rossini (e siamo nel 1864!), a tratti un debole conato di anticipare il Liberty. Ma la protagonista, dotata in più punti di vera statura eroica, diventava una gigantessa morale, quasi una divinità, interpretata da lei. Chissà perché il m° Muti volle eseguire L’Africaine in italiano: la Norman aveva studiato col grande baritono Pierre Bernac, e possedeva una dizione francese superiore a quella di molte cantanti francesi attuali. Infatti, in francese ella ha anche recitato. Come tutti i sommi tragici, era grande anche nel comico. Il modo col quale fa ridere e insieme intenerisce ne La Grande-Duchesse de Gerolstein di Offenbach è strepitoso.

   Naturalmente, Jessye era uno dei più importanti soprani wagneriani viventi. L’ultimo film di Karajan, quasi morente, è il finale del Tristan und Isolde cantato da lei in autentica simbiosi col Maestro. Aveva la statura di una gigantessa, ma nulla in comune colle gigantesse wagneriane del Novecento come Kirsten Flagstadt e Birgit Nilsson. Oserò affermare che pronunciava anche il tedesco meglio di loro? Il fatto è che, proveniendo ella da una scuola di canto franco-italiana, e pur se, come ho detto, poco praticasse il repertorio “lirico”, il suo perfetto repertorio tecnico possedeva anche l’arte del canto lirico, ch’ella fondeva con quella del canto “drammatico”. Giungeva così all’esito stesso che Wagner avrebbe preconizzato: egli non amava lo stile di canto tedesco e avrebbe voluto che la sua musica venisse interpretata da cantanti italiani o con tecnica all’italiana. Ciò sovente si dimentica. Ella possedeva voce possente insieme e duttile; dei meravigliosi piano e pianissimo; una dizione e un’intonazione perfette e un accento suadente, non solo imperioso.

   Ma la Norman ha cantato di tutto, da Purcell al Novecento, passando per il Lied e passando per Berlioz. La più bella edizione dei Troyens, filmata al Metropolitan in una perfetta regia sotto la bacchetta del grande James Levine, la vede insuperabile Cassandra Ebbene, immaginate lo sforzo eroico che alla fine degli anni Sessanta una negra pesante un quintale ha dovuto compiere per affermarsi. Immaginate l’intelligenza e la cultura di chi possedeva il repertorio classico europeo più della gran parte delle colleghe bianche. Per me, più che Brühnnilde o Isolde o Kundry, che meno hanno da fare colla civiltà classica, ella resterà la Cassandra e la Didone; insieme con La Grande-Duchesse de Gerolstein.

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Libero, 21. VIII. 2019.

Le mani le metto avanti io. Sono ripetitivo e noioso: come tutti i vecchi. Infatti fra due mesi compirò sessantanove anni: godo di buona salute, mi si tiene in piedi tutto, godo di una discreta memoria. Ma non faccio che ripetere che il mio primo orgoglio è di essere napoletano, anche se di sangue un po’ misto. E che cos’è il carattere dei veri napoletani?  Non ne esistono quasi più. Qualche giorno fa una bellissima signora mi ha fatto il dono di venire a trovarmi da Milano. Avrei voluto mostrarle il più bel Presepio del mondo, quello della Certosa di San Martino. Nel mese di agosto il personale è quasi tutto in ferie: la sezione era chiusa. Ci hanno suggerito di rivolgerci a un capo-servizio. Il gentiluomo, sentendo una mia acconcia preghiera (non feci l’errore di spiegare l’importanza della Signora: si sarebbe rifiutato, allora) e udendo la che dama era venuta da Milano apposta ci ha aperto le sale chiuse, lasciandocele visitare per tutto il tempo che volevamo. Non ha accettato, col suo collaboratore, nemmeno un caffè.

   Questa era Napoli. Fare una cortesia era un piacere della vita.  Della quale miracolosamente ho ritrovato un frammento. E mi rendo conto che, raccontando questa storia, espongo il capo-servizio a un grave pericolo. Qualche superiore affetto da volontà di potenza gli farà, nel migliore dei casi, un ammonimento scritto, ma potrà sottoporlo a sanzioni anche gravi. E verrà elogiato dai suoi capi. Perché ormai non esiste più un’identità cittadina: solo una terribile schizofrenia cittadina.

 E vengo a quel che è Napoli. Leggo su “rainews” che oggi, diciassette, una giovane donna è stata colta per istrada dalle doglie. È salita a volo su di un autobus diretto all’ospedale Cardarelli. Incredibile: sul mezzo c’era un controllore. Un caso su mille. Le ha chiesto il biglietto. La vera Napoli, quella che non esiste più, udendo il fatto, l’avrebbe fatta distendere sui sedili, la partoriente, le avrebbe fatto arrivare l’immancabile bicchiere d’acqua, qualche signora le avrebbe dato aria col ventaglio, l’avrebbero circondata di buone parole. Il controllore le ha emesso una multa per mancanza di biglietto: 71 euro. Poi l’ha obbligata anche a scendere. I passeggeri non si sono ribellati. Ciascuno si è fatto i cazzi suoi. San Gennaro ha accompagnato personalmente la partoriente, l’ha coperta col Paterno Manto; ed è sanamente nata una bella bambina. Mi auguro si chiami Gennara e non Jacaranda o Jennnifer.

   Ma adesso debbo guardare il caso  dall’altro lato. Il comportamento del controllore è stato, oggettivamente, indegno. Egli merita di essere sputato in faccia; ma è stato un ligio esecutore delle norme. Ora, proviamo a metterci nei suoi panni. Che vita, farà costui? Forse sarà un Himmler affetto da delirio di onnipotenza. Conculcare chi è in una situazione di inferiorità rispetto a noi è una delle caratteristiche dell’essere umano, ch’è per lo più infame, traditore, avaro approfittatore, odiatore del prossimo e dei parenti. Con tutto ciò, che sia un Himmler dubito.

   La vita del controllore. I “mezzi” sono pieni solo dei reietti della vita: negri, cingalesi, cinesi, sottoproletarii e miserabili nostrani; nonché persone civilissime che vivono in civilissima povertà. Basta provare il lezzo onde si è avvolti salendo. Gli sventurati sono violenti, la natura li costringe per autodifesa. Vi immaginate quante volte quel controllore, alla richiesta del biglietto, si sarà vista rivolta la punta di una “molletta”, ossia di un serramanico? Ovvero malmenato da un singolo o da un gruppo. Per bene che gli sia andata, minacciato: di minaccia seria, non vaniloquente. Non oso contare le ecchimosi, gli ematomi, gli schiaffi che avrà ricevuti. E quanti euro guadagnerà al mese questo padre di famiglia? Lavorerà, la moglie? Avrà figli studenti o disoccupati?

   Voglio credere che quest’uomo non si trovasse, per vicissitudini personali, sui compos. Voglio credere che, a sua volta conculcato dagli altri e dalla vita stessa, abbia voluto per un istante sentirsi qualcuno, a onta della crudeltà che commetteva.

   Ma questa è la Napoli di oggi. Non diversa da Tor Bella Monaca o dal Gratosoglio o dallo Zen. Noi, che possiamo pontificare e magari dire cose non banali, non ci rendiamo conto di quanto siamo privilegiati. Scriviamo dalle nostre scrivanie, in stanze con aria condizionata. Perché la vita è, quasi per tutti gli altri, un peso terribile da portare. Ma è l’unico nostro bene. A questa verità rispondo con un’altra verità: che ne è la contraddizione. La pronuncia Turno, che non è l’eroe inesorabile di tipo omerico: a Virgilio non poteva sfuggire che una coscienza tormentata. “Ille mihi ante alios fortunatusque laborum / egregiusque animi, qui, ne quid tale videret, / procubuit moriens et humum semel ore momordit”. Ecco la traduzione di Luca Canali: ottima; ma Virgilio è intraducibile perché non puoi spostargli neanche una sillaba: “Quegli è per me fortunato più di tutti fra gli affanni, / ed egregio d’animo, il quale, per non vedere tutto questo, /cadde morendo, e morse una volta per tutte la terra.” Hanno ragione ambedue, vero, Vittorio? 

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Il Fatto Quotidiano, 17. VIII. 2019.

L’ultimo a essere pizzicato è Placido Domingo. Ottimo tenore, decenni fa; i miei sparuti lettori ben sanno quanto lo disistimi da quando, non rassegnandosi a por fine a un’onorevole carriera, ha tentato ridicolmente di trasformarsi in baritono e direttore d’orchestra. Il mio giudizio ha aumentato, se possibile, l’acerrima avversione che verso di me nutrono quei cretini che , alla francese, vengono chiamati “melomani”: errore giusto, perché i “musicofili” non sono “pazzi” (dalla radice “mane”) e possono persino essere persone intelligenti. Ma Domingo – ecco il punto - è stato espulso dal mondo musicale perché accusato di “molestie sessuali”: come sempre, risalenti a decenni fa. Ciò non rileva sul fatto artistico. Siamo nel 1984 di Orwell?

    Uno dei più grandi direttori d’orchestra viventi, James Levine, sebbene paralizzzato e costretto alla sedia a rotelle per il morbo di Parkinson onde è affetto, è stato ignominiosamente considerato un mostro indegno esercitare l’arte perché un tale, trent’anni fa ragazzo, gli ha imputato una relazione sessuale nata dal metus reverentialis dal grande Maestro esercitata nei suoi confronti. Questa è stata la più infame di tutte, considerato lo stato in che il sommo musicista versa: lui, che ha fatto grande il Metropolitan, temo addirittura non ne abbia per molto. E, più indegna di tutto, il suo successore, omosessuale dichiarato, s’è “indignato“ accusando  il predecessore e affermando che gli omosessuali debbono essere “perbene” e “sposati.” Una caricatura dell’impiegatuccio.

   I rapporti sessuali sul luogo di lavoro m’ispirano disgusto. C’è sempre un potere, più o meno osteso, esercitato dalla parte agente o incitante (chiamiamola così perché a definirla attiva, riderebbero miliardi di persone). Ma c’è un sottile potere avvolgente, fatto d’ingenuità, di invocati debolezza,  timidezza,  stato di necessità,  coniugi dichiarati brutali o indifferenti, dall’altro lato. L’insidia della “parte debole” non è meno pericolosa. Oggi il fatto vale per: uomo su donna, donna su uomo, uomo su uomo, donna su donna, transgender su transgender. Sono finiti i tempi della segretaria insidiata dal capufficio. Sono finiti sui media: nella vita, il primario sulla dottoressa, il professore sull’aspirante “associat(o)a, e così, sono sempre più frequenti e ripugnanti. E vale sempre più la “promessa lunga coll’attender corto” della “sistemazione” in carriera.

   Infine, c’è l’attrazione reciproca, nata dal desiderio di un mutuo piacere. A prescindere dall’età e da quel sentimento che chiamano amore – se c’è. Chi la condanna è un ipocrita.

  Il mondo rigurgita di situazioni alla Alberto Sordi. Tempo fa ho tentato invano di difendere la libertà erotica di un’insegnante che s’era innamorata di un ragazzo di quattordici anni e consumava. È l’altra faccia della mentalità calvinista oggi prevalente; laddove nei seminarî gli aspiranti sacerdoti, quasi tutti ricchioni, sono assai più accorti nelle loro relazioni pur se sempre più palesi.

    Ripeto: le vittime sono oggi gli uomini famosi: calciatori, cuochi, cantanti, sarti, attori, e persino direttori d’orchestra. Levine, Kuhn, Harnoncourt, Dutoit, Gatti, e tanti altri, quale che sia il loro valore e la fondatezza dell’imputazione, la pagano amaramente. Un grande direttore, affetto da moglie che per gelosia si spinse a simulato suicidio, nei lunghi anni nei quali fu a capo alcuni dei più imporranti teatri lirici del mondo, ebbe relazioni con segretarie, addette stampa, cantanti, donne delle pulizie, “maschere” (donne, intendo: si vocifera, ma è certo una fandonia, che da una di costoro abbia avuto una felice, o infelice, paternità). Tutti tacquero, tacevano, tacciono, taceranno.  Eppure la posizione professionale del grande Maestro non è così prestigiosa come vent’anni fa: in altre parole, non fa paura a nessuno. Egli, peraltro, non essendo napoletano, di San Gennaro non è adepto, e il suo patrono è di serie C. Ormai toccherà a lui.

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Libero, 8. VIII. 2019.

Tutti i giornali hanno dato la notizia della scomparsa di Francesco Durante, uno dei nostri più brillanti giornalisti intellettuali, mio amico e confidente di una vita. Egli era di nascita anacaprese; era vissuto un po’ dappertutto, e da ultimo a Napoli con la consorte, gran signora. La vita gli aveva dato molte soddisfazioni: successo, una certa agiatezza; era considerato uno di quelli ai quali si chiede il parere o l’intervista quando muore Camilleri e si designa il premio Nobel. Era anche il papà di una romanziera di talento. Ma una cosa gl’invidio: sabato mattina se ne stava sulla piazzetta, presso la meravigliosa seggiovia, s’è accasciato, e già lui non c’era più: dove ci siamo noi non c’è la morte, dice Lucrezio, dove c’è la morte non si siamo più noi. Io sono vile: se dovessi morire fra un istante non batterei ciglio, se sapessi di dover morire soffrendo mi ubriacherei subito di whisky e barbiturici in quantità tali da rendere impossibile il “salvataggio”. “Non chiare le circostanze”, scriverebbe ipocritamente “Il Mattino” (sempre che della mia morte di degnasse dare notizia). “Chiarissime: lo avviso formalmente da subito.”  Scire nefas, ammonisce Orazio: Non si deve sapere il quando; e per fortuna. Uno degli uomini più coraggiosi mai vissuti, Cesare, disse esser migliore fra tutte le morti  “quella che giunge inavvertita”. Anche per questo sono socio e propagandista della “Luca Coscioni”, una delle poche cose nelle quali, a sessantanove anni, sia capace di credere profondamente.

   Ma torno a Francesco, così mite, melancolico, pur se a volte irascibile. Non ricorderò qui i suoi meriti culturali: l’hanno fatto in tanti. È stato anche un organizzatore di mostre, festivals, scopritore di due fra i romanzieri di più autentico talento di oggi, Vladimiro Bottone e Wanda Marasco. Oggi se in treno vedo qualche rarissimo soggetto con un libro in mano, vinco perennemente la scommessa: si tratta di Elena Ferrante. Non l’ho mai perduta. Ah, i lettori della “Settimana enigmistica”: Quelli li rispetto come Manzoni.  Ma basta.

   Conosco Anacapri dal 1952, la mia prima villeggiatura. Si parla un dialetto orribile, con un accento orribile. Quanto quello di Capri, che dista pochi metri ma è diversissimo: così come le due comunità si odiano. Francesco parlava un italiano delicato e suadente: aveva studiato a Padova, che del Veneto ha il più dolce accento. Gl’invidiavo anche l’esser stato discepolo di Filippo Maria Pontani, uno dei miei miti fra i grecisti pur se l’omonimo discendente non se n’è mai accorto. Francesco aveva tre anni meno di me, ma credo di aver conosciuto Anacapri assai meglio di lui. Il mare, lo si vedeva, certo: ma era una realtà aliena, forse nemica. Era dolcemente agreste, Anacapri, con verdura e frutta cresciuta su di un suolo vulcanico, come quello di tutta la Campania e del Lazio, dunque incomparabile. Gli orti non conoscevano additivi chimici.  Ti portavano i mazzi di finocchi, di ravanelli, di albicocche minuscole e dolcissime, di prugne d’un dolce amarognolo. E i friarielli, le scarole, i cavolfiori … Quali minestre si mangiavano!

   La mia famiglia affittava il piano superiore di una villa con orto: villa che meglio si definirebbe masseria. Giuocavo sul terrazzo, a pallone, andavo in bicicletta. I due fratelli proprietarî, l’uno per piano, Eduardo e Oreste, ambedue autisti di piazza, non si rivolgevano la parola per un odio risalente forse a generazioni. La moglie di Oreste, Palmira, caprese, era ritenuta una strega. Il figlio di Eduardo, steward Alitalia, era palesemente ricchione: benché in paese la cosa non facesse specie, mio padre mi inibiva severissimamente il rivolgergli la parola.

   Non ho mai ascoltato in vita mia musica più bella: quella del silenzio. Forse per questo, preferendo il silenzio alla più sublime musica, sono diventato un musicista imperfetto e anomalo.  Nei meriggi e pomeriggi assolati mi addormentavo sul terrazzo protetto dalla zanzariera. L’inizio degli anni Cinquanta era una prosecuzione del fascismo. Onde, proprio per le severità che il regime aveva imposto quanto a istruzione obbligatoria, ad Anacapri erano quasi tutti analfabeti. E si esprimevano con concisione e logica infinitamente maggiori degli attuali laureati. Le mie passeggiate capresi, alla Savardina, al Salto di Tiberio (ci si arrivava a dorso d’asino: le miti bestie stazionavano a Capri, davanti al Quisisana), all’Arco Naturale, sono nella mia immaginativa l’emblema della felicità. Anche Capri, in fondo, era più agreste che marina. Nessun pescatore, nessun marinaio sapeva nuotare.

   Il giovedì, era la mitica serata di Lascia o raddoppia. Nessuno possedeva il televisore. Il proprietario dell’unico cinematografo, il geniale Ercole, aveva fatto costruire uno specchio a mo’ di lente d’ingrandimento. Sul palcoscenico, un piccolo televisore. Lo specchio consentiva a tutta la sala di seguire la trasmissione. La vecchia mamma di Eduardo e Oreste, sotto che analfabeta, era una delle più accanite seguaci: “Aggia guardà chillo ca straccia ‘e buste!”.

   Francesco se n’è andato in un soffio. Purtroppo, se ne sta andando, lentamente e non senza sofferenze, la novantaduenne Claretta Cerio: un’altra istituzione caprese. Tedesca, sposò molto giovane Edwin Cerio, napoletano e uno dei più illustri capresi d’adozione. Scrittore di altissimo livello, per esempio sulla flora e la fauna caprese. Ella, autentica gran dama, parlava un delizioso – e quanto a sintassi, da manuale - italiano con un accento misto di napoletano e germanico.  Quando restò vedova, Claretta si trasferì in un podere presso Arezzo. Trovai giusta la decisione: i luoghi dove si è stati qualcuno vanno abbandonati. Ebbene, dal suo letto di morte ha voluto telefonare a tutti gli amici per salutarli, finché ne aveva la forza. Poi, dalla sua collezione ha scelto un ricordo per ciascuno, aiutata dal devoto amico caprese Parnaso. È stata anche eletta scrittrice, di racconti e ricordi capresi, che spero siano per trovare un editore migliore del piccolo e meritevole stampatore isolano che l’ha edita. Mi ascolterà qualcuno? Ha scritto anche romanzi gialli in tedesco, che non ho letti: ma se valgono il resto, pure meriterebbero una traduzione. Mi accorgo di sragionare: ci sono Elena Ferrante e Fabio Volo.

   La morte di Claretta mi fa pensare a quella di Petronio secondo la narra Tacito. Ogni tanto faceva fermare la vena donde fuorusciva il sangue per conversare ancora con gli amici presenti. Sereno come a un convito.  Mi si dirà: a parte i tuoi ricordi d’infanzia, ci hai inflitto due storie tristissime. Non è vero. La morte tocca a tutti. Se è bella, che cosa c’è di più bello?

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 Il Fatto quotidiano, 30. VII. 2019

 

Ogni pagina di Flaubert è immortale, né ad alcuna sarebbe possibile aggiungere una virgola. Tranne una sua opera, il Dictionnaire des idées réçues, ossia il Dizionario dei luoghi comuni. Il Sommo era, più che fasciné, come dice, ossessionato par la bêtise, dalla cretinaggine. Anche il suo ultimo romanzo incompiuto, Bouvard et Pecuchet, è una sorta di catalogo della cretinaggine. Ma il Dizionario è superato perché i luoghi comuni e la cretinaggine hanno fatto tali passi avanti dai tempi del genio di Croisset che occorrerebbe una nuova loro enciclopedia. Purtroppo di Flaubert non ce ne sarà più un altro.

   Il caso che commento non mi è chiaro. Nel senso che non capisco se il soggetto che l’ha scatenato sia una furbastra che vuol far parlare di sé grazie all’altrui e generalizzata bêtise, che nel caso di specie si chiama politically correct, ovvero una cretina in buona fede della serie golden. Il risultato non cambia.

   Uno dei capolavori del teatro musicale di tutti i tempi è l’Aida di Verdi. La protagonista è una principessa etiope, dunque non di razza caucasica ma scura, a non dir negra, di pelle. Ciononostante, incarnando ella il fascino, la bellezza, la bontà, la dedizione, il condottiero Radamès, della nazione egizia che tiene a corte Aida, s’innamora di lei, e per lei perde l’amore della principessa figlia del Re, Amneris, trono e vita. Aida, schiava in quanto prigioniera di guerra, è a corte umanissimamente trattata; né – mi correggano gli egittologi – nell’Oriente antico esisteva alcuna forma di razzismo. Esso venne inventato dagli ebrei verso tutti gli altri popoli, e dai greci verso coloro che consideravano barbari.

    Or un soprano americano, che in questi giorni interpreta Aida all’Arena di Verona, essendo di razza caucasica si rifiuta di dipingersi il volto di nero, come è costume da quasi centocinquant’anni. Per non praticare il razzismo, ella afferma. Se facessimo un elenco di Opere liriche sulle quali vi sono in scena negri andremmo lontano. Mozart, Meyerbeer, Bizet, Gomez, Reyer, Casavola, Phénelon, fino al bellissimo Mulatto di Jan Meyerowitz, un geniale ebreo che conobbi negli anni Settanta. E Porgy and Bess; e West side Story… Come metterla nel caso più delicato de La Juive di Halévy? occorrerebbe togliere ai protagonisti i simboli della loro religione e della loro stirpe?

   Non vorrei essere nei panni di Cecilia Gasdia, un grande soprano che ora è sovraintendente dell’Arena di Verona. La legge e il buon senso le consentirebbero di “protestare” l’americana e sostituirla. Ma ne farebbe una martire del politically correct a favore della quale si schiererebbero i cretini di tutto il mondo. Fargliela passare liscia costituirebbe un precedente pericolosissimo. Ricordo, in via incidentale, che Elaine Ross, Shirley Verrett, Grace Bumbry, Martina Arroyo e Jessye Norman, negre, sono state fra le più grandi cantanti degli ultimi decennî. Pittarle di bianco quando interpretano Isolde, Valentine, Dalila, la principessa Eboli, Amneris stessa, etc?

   Un titolo può esser aggiunto a quelli di Flaubert. Opera di due grandi amici il rapporto con i quali mi manca sempre più. Sono Fruttero e Lucentini. Il libro è, ovviamente, La prevalenza del cretino.

Alle tre e mezzo del pomeriggio “Il Fatto Quotidiano” mi rende edotto che il soprano statunitense ha presentato certificato medico onde non partecipare alla odierna recita. Da quale malattia sarà l’eletta artista affetta? Penso da una di quelle che rendono gialla la faccia, colore col quale ben potrebbe apparire in scena. È quello del manto indossato da Giuda negli affreschi padovani della Cappella degli Scrovegni.

 

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 Libero, 30. VII. 2019.

 

Spero non scandalizzi nessuno il racconto della mia vita privata. Ho un pubblico
ménage à trois: siamo due uomini e una donna. Dapprima abitavamo insieme la donna e io. Ella si chiama Isaura. Mi dicono i cretini: “Ah, dal nome della schiava?”. Pare sia un personaggio di una telenovela. Isaura è invece la protagonista di Jacquerie di Gino Marinuzzi, uno dei capolavori del teatro musicale del Novecento. È una certosina dal carattere altero e riserbato, capace di affetto quieto, a volte espansivo: ma chi passa per casa mia lo valuta in una frazione di secondo, e se non le piace scompare. Io ho un grande terrazzo e due balconi che guardano il Golfo; ma più che una casa la mia è una biblioteca con casa annessa. Isaura ha subito concepito amore per i libri, e ama sonnecchiare, per esempio, sulle pagine della Treccani (prima edizione) aperte. Giunse da me, minuscola, nei giorni di maggio 2015, quando si preparava la mia uscita dal “Corriere della sera”; io m’infastidivo delle telefonate dell’avvocato che seguiva la pratica essendo tutto concentrato sul fatto che Isaura si trovasse bene nella sua prima casa. Dal terrazzo, attraverso una scala, si discende in un grande giardino condominiale, abitato da merli, corvi, gazze e gatti senza proprietario. Isaura, col suo carattere indipendente, va e viene giorno e notte; per affetto, viene a mettersi sul mio letto quando dormo (d’inverno, sotto le coperte); ma la sua notte è misteriosa e vagabonda. Alle 4 del mattino mi sveglia perché vuole il bocconcino. Poi se ne va e io mi riaddormento un’oretta.

   Tutto cambiò il 25 giugno del 2017. Arrivai da Lecce col piccolo Ochs, un bassotto di sessanta giorni. (Incredibile. In Campania non esistono allevamenti di bassotti se non nani, quegli orrori genetici simili a topi!) Il viaggio – quale fausto omen – lo fece in braccio a una delle più affascinanti donne napoletane, la grande attrice Lara Sansone. Già la prima notte Ochs, ch’era un po’ spaurito, dormì sul cuscino a fianco del mio.

    Isaura scomparve. Per sei giorni nessuno la vide più.  Compresi che il fatto era serio. Alle cinque del mattino scesi nel giardino chiamandola in tono implorante. Si mostrò un istante, e sparì. Il giorno dopo scesi con la ciotola della sua colazione. Non la toccò. A poco a poco si degnò di giungere al confine, di assaggiare qualche boccone. Dopo non meno di un mese rientrò in casa. E si accorse che la presenza che aveva scatenato un moto, non dirò di gelosia, ma di autentico dolore per un creduto tradimento, era di un cucciolo molto intelligente che aveva bisogno di una mamma. In questi termini sottomessi, sorridenti, le si avvicinava. Isaura incominciò a coccolarlo, a farlo giuocare, a tirargli la pallina. Ci mancava poco che lo leccasse. Adesso convivono affettuosamente, e dormono sul mio letto; ma un bassotto, pur se intelligentissimo, non può arrivare a comprendere che una gatta s’infastidisce di troppe effusioni. In certi momenti, ella le accetta; ma solo in certi momenti. Per fortuna hanno gli stessi gusti musicali: Les Troyens di Berlioz, Ravel, Johann e Richard Strauss.

   Vittorio Feltri avrà da darmi, in fatto di psicologia felina, infinite lezioni, essendo egli il patriarca dei nostri gattolici. Ma mi fa piacere di parlare di un libro delizioso scritto da un gattolico assai più giovane di noi. Si tratta de Il gattolico praticante. Esercizi di devozione felina di Alberto Mattioli (Garzanti, 2019, pp. 135, euro 15). L’autore (non può farla a un altro vizioso) è dedito anche al vizio della lettura: la sua erudizione non la ostende ma essa lo tradisce.

   Mattioli, che non ho mai incontrato, scrive in un italiano corretto ed elegante, oggi raro, Come farebbe, se non avesse il vizio, a conoscere il nome di tutti i gatti che il cardinale di Richelieu teneva sul letto, vezzeggiava, con loro passando le notti insonni? Un grande ammalato, Richelieu, che forse senza la compagnia di tanti gatti sarebbe morto prima; il gatto infonde salute e benessere; a Napoli si crede (parlo della dimenticata sapienza tradizionale) che una casa senza un gatto non sia benedetta dal buon augurio. E il Cardinale forse dalla loro intelligenza ricevette il consiglio su come far cadere l’imprendibile fortezza de La Rochelle.

   Mattioli prova per i gatti una devozione assoluta, ma tenera, motivata, intelligente. Nel breve giro del libro dona un ritratto profondo della psicologia felina, un unicum nella natura. Il gatto è intelligentissimo, più del cane – debbo ammetterlo -: forse solo l’elefante e il delfino lo eguagliano. Ma non ha alcuna vanità di palesare la sua intelligenza. Anche perché il rapporto con il suo ospite  è rovesciato rispetto a quello che abbiamo con tutti gli animali domestici. Pretende di essere servito, addirittura adorato. Mattioli apporta argomenti per dimostrare la fondatezza di questa pretesa. Io non posseggo la sua competenza in fatto di felini, ma posso rivendicare una benemerenza che mi verrà riconosciuta: nel mio libro del 2017  edito da Marsilio Il canto degli animali. I nostri fratelli e i nostri sentimenti in musica e in poesia ai gatti dedico decine di pagine, cito alcuni dei quadri ricordati da Mattioli nel suo (Lotto, Lanfranco), e intitolo un capitolo Natura divina del gatto. Suoi simboli. Insomma, con Mattioli siamo quasi fratelli spirituali.

   A differenza del mio, il suo libro è diretto agli esclusivi cultori del gatto, che sono falange sin dall’antico Egitto. Infatti ha avuto da aprile già cinque edizioni. Ma si rivolge a qualsiasi lettore colto per i piccoli celati doni che racchiude, fatti anche di sagaci riflessioni generali. È così interessante da poter offrire spunti anche a un eventuale odiatore del gatto o a lui indifferente.

   Egli conosce nelle risposte pieghe le sue divinità. Dimostra come esse siano individui, ciascuna dotata di un carattere e intelligenza assolutamente propri e diversi. E spiega come si debba impostare l’infinitamente delicato rapporto col gatto domestico. Che cosa si debba fare; che cosa, soprattutto, non si debba fare: data la sensibilità sottile e la memoria lunghissima di queste divinità bestie. Di gattolici praticanti ne conosco molti: un mio amico, un grande medico napoletano, è incominciato a deperire da quando due anni fa perdette Henriot; la recente morte della compagna Becky l’ha reso inavvicinabile e quasi intrattabile. Due persiani che aveva mandato a prendere a Nuova York, del culto dei quali era un sommo pontefice! Il fatto che loro vivano meno di noi è una tragedia; ma se la cosa fosse inversa, se un gatto o un cane dovesse sopravvivere al padrone, si scatenerebbe in loro un dolore cosmico, per noi inimmaginabile. Sono certo che Mattioli la pensi così.

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 Il Fatto Quotidiano 24. VII. 2019.

 

Ho ripetuto ad nauseam che la musica è la mia passione e insieme la mia professione, ma il mio vizio è la lettura. Con un libro in mano non mi accorgo nemmeno se la Freccia Napoli-Roma fa dodici ore di ritardo. Alcuni uomini sono più attaccati ai proprî vizî che alle proprie passioni. Io faccio parte della razza. Quando un vizioso s’incontra con un altro che condivide lo stesso vizio, anche non si sono mai visti in faccia, si riconoscono immediatamente. Ho provato questa sensazione leggendo in meno di un giorno un delizioso libro di Alberto Mattioli, Il gattolico praticante. Esercizi di devozione felina (Garzanti, 2019, pp. 135, euro 15). Mattioli, che non ho mai incontrato, scrive in un italiano corretto ed elegante, oggi raro, che non ostende l’erudizione ma la tradisce. Come si fa a conoscere il nome di tutti i gatti che il cardinale di Richelieu teneva sul letto, vezzeggiava, con loro passando le notti insonni? Un grande ammalato, Richelieu, che forse senza la compagnia di tanti gatti sarebbe morto prima: il gatto infonde salute e benessere; a Napoli si crede (parlo della dimenticata sapienza tradizionale) che una casa senza un gatto non sia benedetta dal buon augurio.

   Mattioli prova per i gatti una devozione assoluta, ma tenera, motivata, intelligente. Nel breve giro del libro dona un ritratto profondo della psicologia felina, un unicum nella natura. Il gatto è intelligentissimo, più del cane – debbo ammetterlo -: forse solo l’elefante e il delfino le eguagliano. Ma non ha alcuna vanità di palesare la sua intelligenza. Anche perché il rapporto con il suo ospite  è rovesciato rispetto a quello che abbiamo con tutti gli animali domestici. Pretende di essere servito, addirittura adorato. Mattioli apporta argomenti per dimostrare la fondatezza di questa pretesa. Io non posseggo la sua competenza in fatto di felini, ma posso rivendicare una benemerenza che mi verrà riconosciuta: nel mio libro del 2017 Il canto degli animali. I nostri fratelli e i nostri sentimenti in musica e in poesia ai gatti dedico decine di pagine, cito alcuni dei quadri ricordati da Mattioli nel suo (Lotto, Lanfranco), e intitolo un capitolo Natura divina del gatto. Suoi simboli. Insomma, con Mattioli siamo quasi fratelli spirituali.

   A differenza del mio, il suo libro è diretto agli esclusivi cultori del gatto, che sono falange sin dall’antico Egitto. Infatti ha avuto da aprile già tre edizioni. Ma si rivolge a qualsiasi lettore colto per i piccoli celati doni che racchiude, fatti anche di sagaci riflessioni generali.

   Egli conosce nelle risposte pieghe le sue divinità. Dimostra come esse siano individui, ciascuna dotata di un carattere e intelligenza assolutamente propri e diversi. E spiega come si debba impostare l’infinitamente delicato rapporto col gatto domestico. Che cosa si debba fare; che cosa, soprattutto, non si debba fare: data la sensibilità sottile e la memoria lunghissima di queste divinità bestie. Di gattolici praticanti ne conosco molti, a cominciare da Vittorio Feltri.

   La gatta di Mattioli si chiama Isolde, come la protagonista dell’Opera di Wagner; la mia Isaura, come la protagonista di Jacquerie di Marinuzzi. Ma fra me e l’autore vi sono pure differenze. Io ho un vasto serraglio: un bassotto, Ochs (che dorme sul mio letto insieme con Isaura: hanno gli stessi gusti musicali: Berlioz, Ravel, Johann e Richard Srauss), due tartarughe, Fana e Spanò, e una decina di merli che vivono liberi nel vasto giardino sotto il mio terrazzo ma si raccolgono su di esso a beccare il cibo che quotidianamente ammannisco loro. Spero che anche i panteisti vengano ammessi nel paradiso gattolico.

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Libero, 20. VII. 2019.

 Lo confesso. I romanzi di Montalbano sono stati per anni una delle mie droghe. Come ne usciva uno, ero il primo a prenderlo. E lasciavo qualsiasi altra lettura, qualsiasi altro lavoro, finché non l’avessi finito. Poi mi restava un amaro in bocca. Come quando sei nel down della droga.

    I limiti me ne erano, e sono, palesi. Trame un po’ cervellotiche. Un sotteso manifesto politico non sempre degno di un grande scrittore. Ma il piacere di narrare, il piacere di farsi leggere. In Camilleri c’è qualcosa di Soldati, uno dei sommi narratori degli ultimi decennî, che ancora non è stato riconosciuto da tutti per tale. E poi: costruire i cicli è da pochi. Il ciclo narrativo ti dà la rassicurazione di trovare luoghi e personaggi familiari sempre lì, immobilizzando l’edax tempus, e dà anche a te l’illusione di non invecchiare. Ma per costruire un ciclo senza renderti ridicolo o stucchevole, devi essere un grande scrittore. Devi essere Dumas e Balzac. Camilleri è stato il Balzac di Porto Empedocle. E poi, non è nemmeno vero che i romanzi di Montalbano siano solo cosa commerciale: come il ciclo televisivo avente a protagonista il bravo e antipatico Zingaretti. Ci sono finezze psicologiche nelle figurette dei comprimarî; c’è l’acre ironia con la quale vengono descritti il Questore, il suo capo di gabinetto, i magistrati. Or, senza in nulla ledere Girgenti, dove ha sede la Valle dei Templi, uno dei più importanti, monumenti archeologici del mondo, dove fiorirorono scuole filosofiche tuttora vive: ma dire “il Balzac di Porto Empedocle” non ha alcunché di limitativo? Camilleri non è stato il nostro Balzac, ma solo un onesto tentativo di esserlo.

   Camilleri ha lavorato tutta la vita da uomo di cultura, e anche da eccellente regista. Il successo gli è arriso tardi; chi potrebbe rimproverargli di aver voluto arrivare anche al successo commerciale? Il vero punto debole del ciclo Montalbano è una finta lingua, che non è siciliano e non è italiano, un’esca lanciata al lettore sprovveduto per far colore locale a buon mercato. In questo, Camilleri ha tradito la sua terra. I non siciliani s’illudono d’entrare nella lingua siciliana (la più antica fra le letterarie italiane), i siciliani o i meridionali che la lingua conoscono non possono dire altro: “Ma costui a chi vuole prendere per il culo?”

   Montalbano muore con lui. Ma vivrà il resto della sua produzione, quella “alta”, che i romanzi commerciali hanno messo in ombra. Innanzitutto: c’è il grande indagatore di Pirandello e Sciascia, che meriterebbe subito un’edizione a parte. La Biografia del figlio cambiato (2000) è un’opera squisita ed erudita che da sola farebbe la grandezza di uno scrittore. Poi c’è un romanzo atrocissimo, basato su ricerche storiche e dedicato al clero siciliano. Esso è stato sempre il più corrotto, il più materialista, il più colluso con la mafia, il più interno alla gestione del potere e degli affari. Leggete La setta degli angeli (2011) e trasecolate di orrore e ammirazione. Leggete La bolla di componenda (1993). Dante occupa uno dei più sottili episodî teologici dell’Inferno, quello di Guido di Montefeltro, per spiegare il complessissimo meccanismo dell’assoluzione: onde un peccatore, divenuto santo penitente, va all’Inferno per un vizio di procedura. Il condottiero Guido da Montefeltro, dopo una vita di espiazione quale monaco francescano, viene richiesto da Bonifacio VIII di un consiglio fraudolento: il Papa gli garantisce l’assoluzione preventiva. Morto Guido, il diavolo tiene e San Francesco una lezione di diritto canonico, spiegando che senza la contritio cordis – successiva alla commissione del peccato – l’assoluzione è nulla. E si porta Guido all’inferno, sfottendo il Santo. Ma i preti siciliani vendevano le assoluzioni, bollate: col peccato e la data della sua commissione in bianco, da riempirsi dall’acquirente. Ognuno poteva ammazzare chi voleva e quando voleva. La teologia e il diritto canonico del clero siciliano si riducono alla Roba: e in questo Camilleri è un genuino erede di Pirandello: si veda l’atroce novella I fortunati.

   E poi ci sono tanti altri romanzi meravigliosi. Ripeto: la capacità di Camilleri di inventare trame è straordinaria, e il piacere di narrare è degno di Soldati. Insieme con un’immaginazione di un grottesco loico ch’è al mille per mille siciliano, e lo fa, ripeto, erede di Pirandello e Sciascia; ma anche in parte dei siciliani orientali, Verga e De Roberto.  Inoltre: la comprensione della mafia come fenomeno eterno e radicato alla terra siciliana, che poi è diventata telematica e finanziaria,  la si deve a lui in modo anticipatore. Il birraio di Preston (dove si mostra persino musicologo di vaglia), La concessione del telefono, La stagione della caccia, Il figlio del Negus, La scomparsa di Cutò. Questo è il grande Camilleri.  Che, nel rievocarlo, il meglio non venga schiacciato dal peggio. Ovviamente, è un auspicio retorico. Già me ne sto accorgendo, a leggere i primi necrologî, quelli in gergo detti “Coccodrilli”. Davvero coccodrilli sono, di quelli buoni a fare borsette per donne parvenues e scarpe per uomini parvenus.

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Il Fatto Quotidiano, 20. VII. 2019

Sul “Fatto” ho espresso più volte la mia opinione sul Maggio Musicale Fiorentino e la sua gestione. Dal momento che oggi l’amico Tomaso Montanari la commenta, vorrei ripetere la mia valutazione dei fatti.

   Il soprintedente Cristiano Chiarot era alla Fenice da anni ove aveva accumulato un grande debito di bilancio e, peraltro, acquistato azioni della Banca Popolare di Vicenza. È stato nominato al Maggio della primavera del 2017: quando Salvo Nastasi era onnipotente in tutto il mondo dello spettacolo. Ch’egli dichiari di non aver buoni rapporti con costui è ridicolo, a Nastasi dovendo egli tutto.

   Il Chiarot, cattocomunista veneto, fu persona umile e gentile finché rimase direttore marketing della Fenice. Da soprintendente, incominciò a credersi qualcuno, e soprattutto un grande direttore artistico, la reincarnazione di Francesco Siciliani e Roman Vlad. Con la sua cultura da wikipedia, si è circondato di direttori d’orchestra e registi di quarta categoria che ritiene, grazie al suo insegnamento, migliori di Karajan e Toscanini. Un esempio: il direttore coreano Chung (una Sinfonia di Mahler riesce bene a chiunque) viene incaricato di importanti produzioni di Verdi, l’ultima delle quali è il Don Carlos: ch’è in francese. Costui, oltre che il coreano, conosce solo l’inglese. Come fa ad affrontare Verdi? Ascoltai il Boccanegra alla Fenice restandone basito.

   Al Maggio è proseguito l’identico andazzo. Tomaso cita Esa-Pekka Salonen, effettivamente uno dei migliori direttori d’orchestra oggi esistenti. Quando si spara nel mucchio, a volte si fa centro.  Sugli altri … Dio liberi! E si guardi l’attuale stato d’indebitamento della Fondazione.

   Il punto è che tutto ciò che di deplorevole è ora avvenuto al Maggio è avvenuto all’interno di una (non dirò cosca) simpatica associazione di amici Nastasi, Renzi, Nardella, nella quale Chiarot era stato inserito come utile idiota. Il direttore d’orchestra Luisi (che stimo modestissimo) ne faceva pure parte. Si sono scannati i componenti della stessa banda. Non esistono i buoni e i cattivi, non si possono distinguere. Sono tutti eguali: per motivi che io non posso conoscere all’improvviso hanno incominciato a scannarsi.

  La legge Madia, che mette Chiarot (e con lui rende non più nominabili la Purchia e Biscardi, altri del clan Nastasi) in pensione a dicembre, è secondo me non solo iniqua ma incostituzionale. Come mai se ne accorgono solo adesso? Come mai non hanno fatto un’azione di gruppo affinché la Corte si pronunciasse?

   Secondo me, perché fino a quindici giorni fa il terremoto accaduto non lo immaginavano nemmeno. Erano sicuri di sé nei loro posti locupletatissimi. La superfetazione dell’ego di Chiarot che, mi ripeto, darebbe lezioni anche al maestro Karajan, lo faceva sentire il più sicuro di tutti. Dà lezioni pure ai compositori su come si scrivono le opere: se non gli sta bene, le cambia. Vedi il caso Carmen. “Così si parlerà di me in tutto il mondo!” E, vedrete, lo faranno senatore a vita. Lì farà meno danni alla cultura che da soprintendente del Maggio.

   La mia vecchia idea è sempre la stessa. Bisognerebbe prima chiudere le Fondazioni per qualche anno – tutte -; e poi fare una vera legge che le faccia gestire come musei della cultura musicale e non sfogo per nullafacenti e occasione per agenti e soprintendenti e segretari artistici e dirigenti per essere superpagati.

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Libero, 18. VII. 2018.

Mi auguro che mentre scrivo queste righe l’orso trentino detto “M49” non sia stato catturato; o, se raggiunto, non sia stato ucciso. Quando è stato preso per la prima volta aveva un collare elettronico avente la funzione di consentire di conoscere dove in ogni momento fosse; ma i dipendenti della provincia di Trento gliel’hanno, con grande inaccortezza, tolto. Tanto erano certi che le sbarre entro le quali l’orso era rinchiuso fossero invalicabili. Adesso il presidente della Provincia, Fugatti, parla di “animale pericolosissimo e da abbattere”. A me questo pare un discorso demagogico volto verso il suo elettorato di allevatori. Gli orsi, i lupi, le volpi, da sempre per vivere si spingono nei pollai, talvolta nelle stalle. È una legge di natura alla quale i rimedî esistono da tempo immemorabile, e talora sono cruenti. Ma la straordinaria intelligenza dispiegata da questi animali per giungere là ove l’uomo abita e superare le barriere che egli pone a difesa della proprietà è uno dei miracoli della Natura. Trapassa nel mito. Vi ho dedicato un libro uscito nel 2017, Il canto degli animali. I nostri fratelli e i loro sentimenti in musica e in poesia (mi scuso se parlo di me), che ha incontrato grande favore da parte della Lipu (della quale sono membro), ma è stato ignorato dagli “animalisti” in genere: essi sono benemeriti ma non hanno l’abitudine di leggere.

   Il ministro dell’Ambiente, Sergio Costa, persona intelligente e specchiata, si sta adoperando per salvare la vita di M49. A parte il fatto che al pericolo credo poco (a Trento ne parlano come se fosse King-Kong), vorrei esporre le mie ragioni per le quali la bellissima bestia non solo dev’essere tenuta in vita, ma dev’essere posta in condizione di generare una numerosa prole. Chi vorrà accusarmi di essere un sostenitore dell’eugenetica faccia pure.

   Innanzitutto togliamogli questa orrenda sigla, che tanto fa pensare e un lager sovietico o a Guantanamo. Dev’essere individuato, l’orso, con la lettera M? Chiamiamolo Mercurio. Così entriamo trionfalmente nel mito. Leggiamo i versi iniziali del meraviglioso Inno omerico A Ermes (adopero l’edizione accuratissima di Filippo Càssola, 1975). “allora ella [Maia, la madre di Mercurio, congiuntasi con Zeus] generò un figlio dalle molte arti, dalla mente sottile, predone, ladro di buoi, ispiratore di sogni, vigile nella notte, che sta in agguato alle porte; egli ben presto avrebbe compiuto gesta famose al cospetto degl’immmortali”.

   L’antichissima divinità micenea, poi olimpica, era venerata del pari dagli Etruschi e dai Romani. Nato all’aurora, la sua prima impresa fu d’inventare la lira tendendo corde nel guscio d’una tartaruga; simbolo stesso della musica, la donò ad Apollo, che la fece sua. E subito dopo (aveva poche ore di vita!) rubò il gregge delle sacre vacche di Apollo stesso. Psicopompo, ossia annunciatore della morte e colui che accompagna i defunti all’Ade, e messaggero degli dei. Questo è Mercurio.

   Lasciamo da banda le funzioni misteriche e metafisiche. Parliamo dell’astuzia (Omero, o per dir meglio, l’Autore dell’Inno, lo chiama polytropos, lo stesso aggettivo che adopera per Ulisse: dalle molte arti; e aggiunge: dalla mente sottile). Ladro, è Mercurio; e addirittura divinità dei ladri protettrice: come ladri per necessità sono lupi, orsi, volpi. Ma dio dall’ingegno impareggiabile. È anche, infatti, colui che spinge l’uomo verso l’intelligenza: sia essa la scienza, sia l’arte degli espedienti.   

  Or quello che solo Ermes poteva fare, e dunque Mercurio è il nome dell’orso, è il modo com’è fuggito. Stando a quel che si legge, egli “ha scavalcato il recinto elettrificato della zona 1”: come ha potuto? Chiedetelo al suo dio, Ermes. Giunto in zona libera, “è entrato nel recinto dov’è rinchiusa una femmina; ha scavalcato un’altra recinzione elettrificata; indi si è trovato di fronte a un muro alto quattro metri, anche questo elettrificato con corrente a 7000 volt; e lo ha oltrepassato.”

   Ci troviamo di fronte a un prodigio non solo d’astuzia, ma d’intelligenza allo stato puro. I guardiani sono stati i primi esterrefatti. L’orso Mercurio-Ermes possiede un’intelligenza molto superiore a quella dell’uomo: almeno quanto a essere “dalle molte arti e dalla mente sottile”. E noi vogliamo ucciderlo? Non solo ucciderlo sarebbe un sacrilegio verso il suo dio, che ce lo farebbe pagare. Ma una simile intelligenza va preservata attraverso le generazioni. Mercurio 49 deve creare una razza alla quale trasmetterla. Quando poi la biologia sarà giunta (pare traguardo non lontano) alla possibilità d’incrociare l’uomo con l’animale, il DNA di Mercurio 49 dev’essere instillato nella gran parte degli esseri umani. C’è caso migliorino.

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