Caro Paolino,

ho finito di leggere La dotta lira! Come ti avevo già preannunciato nella mail che ti ho mandato qualche giorno fa, e come mi aspettavo, ho passato insieme a questo libro delle ore incantevoli. Sarà perché la musica pare impastata letteralmente nel mito, ma certo, ripercorrere tutte le tappe di questo incontro, una dopo l'altra, fa veramente impressione: è una lunga catena sontuosa che non si interrompe mai e che pare a tratti coincidere con il concetto stesso di tradizione, e non solo quella operistica!!

Ho preso una gran quantità di appunti sulle cose che mi sono piaciute di più. Intanto, un dato generale (che comunque si notava anche nei tuoi libri precedenti): hai una conoscenza del Barocco assolutamente unica. Se per caso uno avesse dei dubbi in proposito, la tua dotta lira, che percorre meticolosamente i picchi e i declivi di questo meraviglioso panorama, basterebbe a far innamorare chiunque di quest'epoca ricchissima per la musica e piena di fascino. Riesci a ricostruire un grandioso discorso collettivo pur in un'infinità di dettagli che tessono ciascuno a suo modo gli stessi fili culturali. Non saprei dirti se preferisco le parti del libro in cui tu soffermi su opere che non conoscevo, e di cui sono entusiasta di apprendere l'esistenza – come quelle di Dittersdorf, a cui dedichi pagine mirabili -, oppure le parti in cui analizzi Händel (che belle le pagine sulla Semele!) e Bach. In entrambi i casi, la cosa che mi colpisce è la profondità e la finezza dei rilievi critici.

Qui arrivo a un secondo aspetto. Questo aspetto, per la verità, si nota anche nei precedenti, ma forse nella Dotta lira colpisce di più perché questo libro ha un carattere più spiccatamente monografico: l'erudizione, ma un'erudizione tutta particolare. Hai infatti da un lato una conoscenza micrologica della materia, una conoscenza secondo me inarrivabile, ma dall'altro conservi sempre verso l'oggetto che analizzi uno sguardo innamorato, un modo empatizzante di accostarti alle opere, un'attitudine calda che sa di ore deliziose passate in compagnia dell'opera di cui discuti, e che quindi non ha niente di quella freddezza autoptica che hanno le trattazioni specialistiche. Tu, gli specialisti del teatro barocco, manco li vedi – come si suol dire. Il tuo discorso è insieme molto più personale e molto più specifico. È anche, purtroppo, inimitabile: non farai scuola.

Terzo punto importante, anche questo già chiaramente profilato nei libri precedenti ma, per così dire, portato qui a compimento: il reinserimento della musica nel movimento generale della cultura. Il problema che ha sofferto la musica, e di cui ancora oggi soffre nella maggior parte dei casi, è una conoscenza solo specialistica e un virtuale confinamento in una sorta di parco naturale in cui è conservata, tirata a lucido (quando va bene), ma in cui non comunica rigorosamente mai con il resto della cultura. Lo specifico della musica viene reinserito nella cultura perché tu lo spieghi, lo rendi eloquente. Trovo che con i tuoi libri tu, da solo, stia rimettendo la musica nella circolazione della cultura – dopo De Sanctis e Croce -, perché le tue analisi trascendono lo specifico tecnico e lo mostrano, appunto, come un fatto tecnico che specifica ma non esaurisce quello che la musica ha da dire. Direi quasi che con i tuoi libri tu stia fondando un piccolo “genere” della saggistica: quello in cui ci si muove agevolmente tra tutti i domini dell'arte, si colgono i meravigliosi rapporti che legano fra loro le opere di arti diverse, e la musica ritrova finalmente le sue “sorelle”.

Dicevo del barocco, ma mi sono piaciute moltissimo anche le pagine dedicate a Strauss e a D'Annunzio, e al modo in cui la musica rende il momento magico della “metamorfosi”di Dafne in alloro: la carne della ninfa che si fa poco a poco corteccia e Apollo che bacia l'ultima cosa umana rimasta, le labbra! Trovo assolutamente convincente questa sorta di fratellanza che tu stabilisci tra due geni del Novecento sulla base della comune filiazione da Ovidio e del carattere autoriferito della creazione in entrambi: poesia della poesia e musica della musica, nel senso in cui entrambe le opere sgorgano da qualcosa che è già esso stesso spirito!

Noto ancora una cosa, che però ti ho detto già tante volte: la bellezza dell'italiano, il tuo italiano unico, che pare tratto direttamente dal latino e che conserva intatta, di quella lingua, la potente muscolatura!

Auguro a questo libro tutto il successo che merita, e a te di essere festeggiato come uno dei nostri massimi saggisti.

Un abbraccio,

Sara